Dio della Pace, ci
rivolgiamo a Te per Gesù Cristo
nello Spirito Santo:
preghiamo
per i caduti in guerra e per le loro famiglie: Kyrie eleison
preghiamo
per tutti i feriti, specialmente per i bambini, le vedove e gli anziani e in
modo particolare per quelli che porteranno sullaloro salute le pesanti conseguenze di tutta questa violenza: Kyrie
eleison
preghiamo
per la popolazione che ha subìto gli scontri bellici, che si trova nelle
difficoltà materiali, in un paese connatura
estrutture danneggiate: Kyrie
eleison
preghiamo
per i responsabili che hanno detto “sì” alla guerra: a loro inviamo le
parole di Gesù rivolte all’apostolo Pietro: “Rimetti la spada nel fòdero,
perché quelli che mettono mano alla spada periranno di spada.”: Kyrie
eleison
preghiamo
per la consapevolezza di noi cristiani che uno dei compiti più importanti che
abbiamo è creare la pace dentro di noi e portare questa pace al mondo intero;
non la pace armata ma quella “disarmata”,che non è il risultato di un maggior armamento ma della pace che
riceviamo da Gesù: Kyrie eleison
preghiamo
che si compiano le parole del profeta Isaia:”Forgeranno le loro spade in vòmeri,
le loro lance in falci; un popolo nonalzerà
più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte
della guerra”: Kyrie eleison - Amen
(8.4.2003)
PADRE
NOSTRO, CHE SEI NEI CIELI, FA' CHE TUTTI TI RICONOSCANO COME DIO, CHE IL TUO
REGNO VENGA, CHE LA TUA VOLONTA' SI COMPIA, IN TERRA COME IN CIELO. DACCI OGGI
IL NOSTRO PANE NECESSARIO, PERDONA LE NOSTRE OFFESE COME NOI PERDONIAMO A CHI
CI HA OFFESO. FA' CHE NON CADIAMO NELLA TENTAZIONE, MA LIBERACI DAL MALIGNO.
TUO E' IL REGNO, TUA LA POTENZA E LA GLORIA NEI SECOLI DEI SECOLI. AMEN
(VERSIONE ECUMENICA DELLA BIBBIA NEL LINGUAGGIO CORRENTE)
PREGHIERA
A DIO PADRE
(ANAFORA
TEDESCA - DEUTSCHE ANAFORA)
BUON
PADRE, SIAMO DAVANTI A TE CON LE MANI VUOTE. ESSE SONO IL SEGNO DELLA
NOSTRA POVERTA'. PERCHE' TUTTO QUELLO CHE ABBIAMO NON E' NULLA DAVANTI A
TE. TUTTO QUELLO CHE CONSIDERIAMO NOSTRO E' SENZA ALCUN SIGNIFICATO SE
NON ABBIAMO TE. TU SEI L'UNICO E IL VERO SENSO, LA VERA META E LA
PROFONDITA' DELLA NOSTRA VITA. TU SEI DIO, IL QUALE NON E' CHIUSO IN SE'.
HAI PRESO LA NOSTRA DEBOLEZZA E POVERTA' E HAI MESSO NELLE NOSTRE MANI
TESE IL PIU' GRANDE E UNICO REGALO: TUO FIGLIO, IL QUALE E' VIA, VERITA'
E VITA. PER QUESTO TI PREGHIAMO: CHE IL TUO SPIRITO FACCIA DI QUESTI
DONI DEL PANE E DEL VINO IL TUO DONO IMMORTALE PER NOI, IL NOSTRO
SIGNORE, RIFUGIO DEI PECCATORI, GUARIGIONE DEI MALATI, RISURREZIONE DEI
MORTI, COMPIMENTO DI OGNI SPERANZA: GESU' CRISTO.
PERCHE'
CI HAI ABBANDONATO?
PREGHIERA PER LA PACE E CONTRO
LA VIOLENZA
DIO
- INFINITO MISTERO, DIO DI ADAMO ED EVA, DIO DI MELCHISEDECH, DIO DI
SARA, DIO DI ABRAMO, DIO DI FRANCESCO PER GESU' CRISTO NELLO SPIRITO
SANTO, DIO DI MAOMETTO, DIO NOSTRO, DIO DI OGNI UOMO E DI OGNI DONNA -
DOVE SEI? PERCHE' MI HAI ABBANDONATO?
TI
CERCHIAMO NELL'UMANITA' CROCIFISSA - NELLE VITTIME INNOCENTI DEGLI
ATTENTATI IN TUTTO IL MONDO - TI CERCHIAMO NEL TERRORISMO DEL POTERE E
DEL DENARO. DOVE SEI? FATTI SENTIRE! DONACI LA TUA MISERICORDIA, MA
ANCHE LA GIUSTIZIA! DA ALCUNI ANNI CI INCONTRIAMO NEL TUO TEMPIO PER
PREGARE PER LA PACE INTERIORE IN CIASCUNO DI NOI, CON LA QUALE SI
COSTRUISCE LA PACE NEL MONDO. MAI COME OGGI TUTTA LA TUA CREAZIONE SI
TROVA NEL GRANDE PERICOLO DELL'AUTODISTRUZIONE. NELLO SPIRITO DI ASSISI,
TI PREGHIAMO, DONACI L'AMORE, L'UMILTA', LA TOLLERANZA E LA
PAZIENZA. TRASFORMACI NEGLI STRUMENTI DELLA TUA PACE. RISVEGLIA IN NOI
LO SPIRITO DEL DIALOGO E DELLA COLLABORAZIONE ANZICHE' DELLA VIOLENZA,
DELLA GUERRA, DELL'INGIUSTIZIA SOCIALE E DELLO SFRUTTAMENTO DELL'UOMO
CONTRO L'UOMO. FERMA TUTTI QUELLI CHE, CONTENTI DELLA SITUAZIONE
ODIERNA, VOGLIONO ARRICCHIRSI SVILUPPANDO ANCORA DI PIU' L'INDUSTRIA
BELLICA, PROPONGONO I NUOVI INTERVENTI MILITARI, CERCANO DI APPROPRIARSI
DEI TERRITORI ALTRUI E DELLE LORO RISORSE NATURALI O DISTRUGGONO L'UMANITA'
CON SUBDOLE AZIONI TERRORISTICHE.
CHE
LA NOSTRA PREGHIERA NON FINISCA SOLO CON LE PAROLE. SIGNORE, DONACI LA
FORZA DI TRASFORMARE CON LA TUA GRAZIA QUESTO MONDO MALATO DAL PECCATO
DELLA SUPERBIA E DEL DISPREZZO. AMEN ( 27. 10. 2001)
CONFITEOR
Confesso a Dio Onnipotente
e a voi tutti che ho pensato troppo ai miei interessi, agli interessi
della mia famiglia, agli interessi della mia religione, agli interessi
del mio paese senza occuparmi della giustizia nel mondo. Ho delegato la
responsabilità agli altri dicendo che io solo non posso fare niente,
che ormai tutti facciamo parte di un sistema immutabile. Ho delegato la
mia indifferenza, pigrizia, fatalismo, vigliaccheria e un comodo
conformismo. Mi sono abituato troppo a vedere la sofferenza, la povertà,
le malattie e le guerre sullo schermo televisivo come qualcosa di
completamente normale. Ho fatto troppo poco per non vedere mai più la
gente morire di fame, dalle malattie curabili o come una conseguenza
della violenza delle armi. Ho preferito chiudermi nel mio egocentrismo
senza cercare il vero senso della mia vita. Non volevo vedere che la mia
vita non ha nessun valore se non è donata agli altri. Confesso di aver
tanto parlato di pace, senza pregare per la pace, senza scoprire la pace
dentro di me, senza riuscire a riconciliarmi con tutti coloro che ho
ferito e dai quali mi sono ferito. Confesso di aver creduto che la pace
può nascere senza la giustizia sociale, quando i ricchi diventano
sempre più ricchi e poveri sempre più poveri e deboli. Ho preferito
pensare che un male può combattere contro un altro male. Mi è piaciuta
l'idea di fare parte di una civiltà superiore, che a nome della sua
evoluzione economica ha il diritto di comandare tutto il resto del mondo
e insegnare la libertà agli altri. Ho provato la tentazione di poter
punire gli altri per i loro presunti sbagli. Dio , ti confesso questa
mia presunzione che mi ha limitato e io sono rimasto cieco e sordo. Mi
sono lasciato manipolare dai potenti di questa terra e nella mia paura
di perdere qualcosa dei tuoi doni, non ho voluto rischiare. Sono stato
incapace di dividere con il mio prossimo la mia ricchezza - terra, cibo,
vestiti e denaro. Ho sfruttato il tuo sacro nome per diffondere le mie
azioni egoistiche cercando di convincere me e gli altri che tu sei dalla
mia parte. Ho creduto di più nel primato dell'economia devastando
drasticamente la natura che nel primato dell'amore. Sì, di tutto questo
mi confesso e sopratutto di tante confessioni che ho fatto nel passato
ma senza cambiare nulla nella mia vita. Per mia colpa, mia grandissima
colpa. E chiedo perdono a tutti quelli che ho offeso, ferito e ucciso. E
supplico le presenze sante del mondo invisibile e voi tutti di pregare
il Dio di Pace per il mio cambiamento radicale. - Pietà di me, Signore.
Amen.
L'anima
di ogni apostolato
di Dom Jean-Baptiste Gustave Chautard
Edizioni San Paolo, 1987, Torino, 135, €7,23.
Parte prima
Dio vuole le opere e la vita interiore
I
- Le opere e perciò anche lo zelo sono voluti da Dio
È attributo
della natura divina l'essere generosa. Dio é bontà infinita e la bontà non
desidera altro che diffondersi e comunicare il bene di cui gode.
La vita
mortale del Signore non é stata altro che una manifestazione di questa
inesauribile generosità. Il Vangelo ci mostra il Redentore che semina sul suo
cammino i tesori amorosi di un Cuore avido di attirare gli uomini alla verità e
alla vita.
Quella fiamma
di apostolato, Gesù Cristo la comunicò alla Chiesa che é un dono del suo
amore, diffusione della sua vita, manifestazione della sua verità, splendore
della sua santità. Animata dallo stesso fuoco, la mistica Sposa di Cristo
continua, lungo il corso dei secoli, l'opera d'apostolato del suo divino
Modello.
O
ammirabile disegno e universale legge stabilita dalla divina Provvidenza! L'uomo
deve conoscere la via della salute per mezzo dell'uomo1.
Soltanto Gesù Cristo ha versato il Sangue che riscatta il mondo; Egli solo
avrebbe potuto conferirgli la virtù di agire immediatamente sulle anime, come
fa attraverso l'Eucarestia; ma Egli ha voluto eleggersi dei cooperatori per
diffondere i suoi benefici. Per quale ragione? Certamente perché così
l'esigeva la Maestà Divina, ma non meno lo spingevano le sue tenerezze verso
l'uomo. Se al più grande dei monarchi é conveniente governare solitamente per
mezzo di ministri, quale condiscendenza da parte di Dio, nel degnarsi di
associare povere creature alle sue opere e alla sua gloria!
Nata sulla
Croce, sgorgata dal costato trafitto di Cristo, la Chiesa perpetua col ministero
apostolico l'opera benefica e redentrice dell'Uomo-Dio. Questo ministero voluto
da Cristo diventa così il fattore essenziale della diffusione della Chiesa tra
le nazioni e lo strumento il più ordinario delle sue conquiste.
In questo
apostolato figura in prima fila il clero, la cui gerarchia forma i quadri
dell'esercito di Cristo; clero illustrato da tanti Vescovi e Sacerdoti santi e
pieni di zelo, ed onorato così gloriosamente dalla recente beatificazione del
santo Curato d'Ars.
A fianco di
questo clero ufficiale, fin dalle origini del Cristianesimo sorsero compagnie di
volontari, veri corpi scelti, la cui fioritura perenne e rigogliosa costituirà
sempre uno dei fenomeni più evidenti della vitalità della Chiesa.
Nei primi
secoli nacquero anzitutto gli Ordini Contemplativi, la cui preghiera incessante
e le macerazioni più dure tanto contribuirono alla conversione delle genti
pagane. Nel medioevo sorsero gli Ordini Predicatori, gli Ordini Mendicanti, gli
Ordini Militari, gli Ordini che si votano all'eroica missione di riscattare i
prigionieri dalle mani degli infedeli. I tempi moderni infine hanno visto
sorgere una vera moltitudine di Milizie insegnanti, Istituti, Società di
Missionari, Congregazioni di ogni specie, che mirano a diffondere il bene
spirituale e corporale sotto tutte le forme.
Inoltre, in
ogni epoca della sua storia, la Chiesa ha sempre trovato preziosi collaboratori
nei semplici fedeli, come quei ferventi cattolici divenuti oggi una legione, gli
"uomini d'azione" - per usare l'espressione consacrata - dal cuore
ardente che, riuscendo ad unire le loro forze, mettono al servizio della nostra
Madre comune, senza alcuna riserva, tempo, capacità, beni, immolando spesso la
propria libertà e non di rado versando il proprio sangue.
È veramente
uno spettacolo mirabile e confortante questa provvidenziale fioritura di opere
che nascono a tempo dovuto e sempre meravigliosamente adatte alle circostanze.
La storia della Chiesa lo dimostra: ogni nuovo bisogno da soddisfare, ogni
pericolo da scongiurare ha visto immancabilmente sorgere l'istituzione richiesta
dalle necessità del tempo.
Ed anche
oggi, a mali di particolare gravità, vediamo opporsi una moltitudine di opere
ieri appena conosciute: Catechismi in preparazione alla prima Comunione,
Catechismi di perseveranza, Catechismi per i fanciulli abbandonati,
Congregazioni, Confraternite, Riunioni e Ritiri per uomini e giovani, per
signore e ragazze, Apostolato della preghiera, Apostolato della carità, Leghe
per il riposo festivo, Patronati, Circoli cattolici, Opere militari, Scuole
libere, Buona stampa eccetera: tutte forme di apostolato suscitate da quello
spirito che infiammava l'anima di S. Paolo - "In quanto a me ben volentieri
sacrificherò del mio, anzi tutto me stesso, per le anime vostre" (2 Cor.,
12, 15) - e che vuol diffondere ovunque i benefici del sangue di Gesù Cristo.
Possano
queste umili pagine giungere a quei soldati che, pieni di zelo ed ardore per la
loro nobile missione, proprio a causa dell'attività svolta, si espongono al
pericolo di non essere prima di tutto uomini di vita interiore e che, se
venissero puniti un giorno con insuccessi in apparenza inesplicabili, come pure
da gravi danni spirituali, potrebbero essere tentati di abbandonare la lotta e
ritirarsi scoraggiati sotto la tenda.
I pensieri
sviluppati in questo libro furono anche a me di grande aiuto per lottare contro
il perdersi nell'azione esteriore. Possano essi evitare ad alcuni le delusioni e
guidare meglio il loro coraggio, mostrando a loro che il Dio delle opere non
dev'essere mai abbandonato per fare le opere di Dio, e che il motto "Guai a
me, se non avrò evangelizzato" (1 Cor., 4, 16) non ci dà mai il diritto
di dimenticare quest'altro: "Che giova all'uomo guadagnare fosse anche
tutto il mondo, se poi perde la propria anima?" (Mt. 16, 25)
I padri
e le madri di famiglia, per i quali il libro Introduzione alla vita devota2 non é ormai sorpassato, gli sposi cristiani che si considerano vicendevolmente
obbligati ad un apostolato che esercitano nel tempo stesso verso i propri figli
per formarli all'amore e all'imitazione del Salvatore, possono applicare anche a
loro stessi l'insegnamento di queste modeste pagine. Possano anch'essi meglio
comprendere la necessità d'una vita non solo pia ma anche interiore, per
rendere efficace il loro zelo e imbalsamare la loro casa con lo spirito di
Cristo e con quella pace inalterabile che, nonostante tutte le prove, sarà
sempre la caratteristica delle famiglie profondamente cristiane.
II
- Dio vuole che Gesù sia la Vita delle opere
La scienza va
giustamente fiera delle sue enormi conquiste. Ma una cosa le fu finora e le sarà
per sempre impossibile: creare la vita, far uscire dal laboratorio chimico un
chicco di frumento o una larva. Il clamoroso fallimento dei difensori della
generazione spontanea ci ha istruito su tale pretesa. Iddio riserva per sé il
potere di creare la vita.
Nel regno
vegetale od animale, gli esseri viventi possono crescere e moltiplicarsi,
sebbene la loro fecondità si realizzi solo nelle condizioni stabilite dal
Creatore. Quando però si tratta della vita intellettuale, Dio la riserva a sé
ed é Lui stesso che crea direttamente l'anima ragionevole. V'é tuttavia un
altro ordine di cui é ancora più geloso ed é quello della vita
soprannaturale, poiché essa é emanazione della Vita divina comunicata
all'Umanità dal Verbo Incarnato.
L'Incarnazione
e la Redenzione stabiliscono Gesù Cristo come Sorgente, e Sorgente unica, di
quella vita divina alla quale tutti gli uomini sono chiamati a partecipare.
"Per il Signore nostro Gesù Cristo: per Lui, con Lui ed in Lui"
(dalla Liturgia). Il compito essenziale della Chiesa sta nel diffondere questa
vita mediante i Sacramenti, la preghiera, la predicazione e tutte le opere che
vi si connettono.
Dio non fa
nulla se non mediante suo Figlio: "Tutto é stato fatto per mezzo di Lui, e
senza di Lui non é stato fatto nulla di ciò che esiste" (Gv. 1, 3). Ciò
é vero nell'ordine naturale, ma molto di più nell'ordine soprannaturale, dove
si tratta di comunicare la sua vita intima e di far partecipare agli uomini la
sua natura trasformandoli in figli di Dio.
"Sono
venuto affinché ricevessero la vita. Io sono la vita. In Lui era la vita"
(Gv. 10, 10; Gv. 14, 6; Gv. 1, 4). Che precisione in queste parole! Quanta luce
nella parabola della vite e dei tralci, in cui il Maestro sviluppa questa verità!
Quanta insistenza per imprimere nello spirito dei suoi Apostoli questo principio
fondamentale - Lui solo, Gesù, é la Vita - e questa conseguenza: per
partecipare a questa vita e comunicarla agli altri, essi per primi devono essere
innestati sull'Uomo-Dio!
Gli uomini
chiamati all'onore di cooperare col Salvatore per trasmettere alle anime questa
vita divina, devono perciò considerarsi come semplici canali incaricati di
attingere a questa unica Sorgente.
L'uomo
apostolico che, misconoscendo questi principi, credesse di produrre il minimo
vestigio di vita soprannaturale senza attingerla totalmente dal Cristo, farebbe
pensare che la sua ignoranza teologica sia pari solo alla sua sciocca
presunzione.
Se
l'apostolo, pur riconoscendo in teoria che il Redentore é la causa primordiale
di ogni vita divina, in pratica però dimenticasse tale verità e, accecato da
una folle presunzione che é un'ingiuria verso Gesù Cristo, facesse affidamento
soltanto sulle proprie forze, sarebbe un disordine meno grave del precedente, ma
sempre insopportabile agli occhi di Dio.
Respingere la
verità o farne a meno nell'agire, é pur sempre un disordine intellettuale, sia
esso dottrinale o pratico. é la negazione di un principio che deve informare la
nostra condotta. Il disordine si aggraverà, evidentemente, se la verità,
invece di potersi irraggiare, trova il cuore dell'uomo di azione in opposizione
al Dio di ogni luce, per colpa del peccato o per tiepidezza volontaria.
Il
comportamento di chi si occupa delle opere come se Gesù non fosse l'unico
principio di vita, veniva bollato dal cardinale Mermillod come "eresia
dell'azione". Con tale espressione, egli condannava l'aberrazione d'un
apostolo il quale, dimenticando che il suo ruolo é secondario e subordinato, si
attende i successi del suo apostolato unicamente dalla sua attività personale e
dalle sue capacità. Non é questo una negazione pratica di una gran parte del
Tractatus de Gratia? Ripugna a prima vista una simile conseguenza, ma a ben
pensarci é fin troppo vera.
"Eresia
dell'azione"! L'attività febbrile che si sostituisce all'azione di Dio; la
Grazia misconosciuta; l'orgoglio umano che vuole detronizzare Gesù Cristo; la
vita soprannaturale, la potenza della preghiera e l'economia della Redenzione
relegate, almeno praticamente, fra le astrazioni: sono un caso tutt'altro che
immaginario e che la conoscenza delle anime rivela essere frequentissimo, benché
in gradi diversi, in questo secolo di naturalismo, in cui l'uomo giudica
soprattutto in base alle apparenze ed agisce come se il successo di un'opera
dipendesse principalmente da un'ingegnosa organizzazione.
Anche
prescindendo dalla Rivelazione, al solo lume della filosofia, non si potrebbe
che commiserare un uomo mirabilmente dotato, che si rifiutasse di riconoscere
Dio come il principio dei magnifici talenti di cui é dotato.
Cosa
proverebbe un cattolico istruito nella religione, vedendo un apostolo che
ostenta, almeno implicitamente, la pretesa di comunicare alle anime il sia pur
minimo grado di vita divina, facendo a meno di Dio?
"Ah,
insensato!", esclameremmo nell'ascoltare un operaio evangelico che osasse
dire: "Mio Dio, non suscitate ostacoli alla mia impresa, non venite ad
intralciarla, ed io m'incaricherò di condurla a buon fine".
Il nostro
sentimento sarebbe soltanto un riflesso dell'avversione provata da Dio alla
vista di un tale disordine, alla vista di un presuntuoso che spingesse il suo
orgoglio fino a voler dare la vita soprannaturale, produrre la fede, debellare
il peccato, condurre alla virtù, infervorare le anime con le sole forze proprie
e senza attribuire tali effetti all'azione diretta, costante, universale e
sovrabbondante del Sangue divino, ch'é il prezzo, la causa e il mezzo di ogni
grazia e d'ogni vita spirituale.
Per riguardo
all'Umanità di suo Figlio, Dio deve confondere questi falsi cristi paralizzando
le loro opere di superbia o permettendo ch'esse ottengano soltanto miraggi
effimeri.
Fatta
eccezione per tutto quello che agisce sulle anime ex opere operato, e sempre per
un riguardo dovuto al Redentore, Dio deve privare l'apostolo pieno di
sufficienza delle sue migliori benedizioni, per darle al tralcio che umilmente
riconosce di trarre la sua linfa vitale dalla sola Vite divina. Altrimenti, se
Dio benedicesse con risultati profondi e duraturi un'attività infetta da quel
virus che abbiamo chiamato "eresia dell'azione", sembrerebbe che egli
stesso incoraggiasse tale disordine e ne permettesse il contagio.
III
- Che cosa é la Vita interiore?
Come
nella Imitazione di Cristo,
anche in questo libro le espressioni "vita d'orazione" e "vita
contemplativa" vengono applicate allo stato di quelle anime che si dedicano
seriamente ad una vita cristiana non comune, ma tuttavia accessibile a tutti e,
nella sostanza, obbligatoria per tutti.4
Pur senza
attardarci in uno studio di ascetica, ci limitiamo a richiamare ciò che ognuno
é obbligato ad accettare come assolutamente certo per il governo intimo della
sua anima.
Prima Verità.
- La vita soprannaturale é, in me, la vita di Gesù Cristo medesimo, mediante
la fede, la speranza e la carità, perché Gesù é la causa meritoria esemplare
e finale e, in qualità di Verbo, in unione col Padre e lo Spirito Santo, é la
causa efficiente della grazia santificante nelle anime nostre.
La presenza
del Signore per mezzo di questa vita soprannaturale non é la presenza reale
propria della santa Comunione, ma una presenza d'azione vitale, come l'azione
della testa e del cuore sulle altre membra. Azione intima che Dio nasconde di
solito alla mia anima per aumentare il merito della mia fede; azione pertanto
abitualmente insensibile alle mie facoltà naturali, e che solo la fede mi
impone di credere per obbligo; azione divina che preserva il mio libero
arbitrio, e si serve di tutte le cause seconde - avvenimenti, persone e cose -
per portarmi alla conoscenza della volontà di Dio e per offrirmi l'occasione
d'acquistare ed accrescere la mia partecipazione alla vita divina.
Questa vita,
iniziata nel Battesimo con lo stato di grazia, perfezionata dalla Cresima,
ricuperata con la Penitenza, sostenuta e arricchita con l'Eucarestia, é la mia
Vita cristiana.
Seconda Verità.
- Per mezzo di questa vita, Gesù Cristo mi comunica il suo Spirito, divenendo
così un principio di attività superiore che, se non l'ostacolo, mi porta a
pensare, a giudicare, ad amare, a volere, a soffrire, a lavorare con Lui, in
Lui, mediante Lui e come Lui. Le mie azioni esteriori diventano la
manifestazione della vita di Gesù in me ed in tal modo io tendo a realizzare
l'ideale della vita interiore formulato da san Paolo: "Non sono più io che
vivo, ma é Cristo che vive in me" (Gal. 2, 20).
Vita
cristiana, pietà, vita interiore, santità, non sono cose essenzialmente
diverse, ma gradi di un medesimo amore; sono il crepuscolo, l'aurora, la luce,
lo splendore di un medesimo sole.
Quando in
questo libro usiamo l'espressione "vita interiore", non intendiamo
tanto la vita interiore abituale, cioé - se così possiamo esprimerci -
"il capitale della vita divina" che é in noi con la grazia
santificante; intendiamo piuttosto la vita interiore attuale, ossia la
valorizzazione di questo capitale con l'attività dell'anima e la sua fedeltà
alle grazie attuali.
Posso
pertanto così definire la vita interiore: lo stato di attività di un'anima che
reagisce per regolare le sue naturali inclinazioni, e si sforza d'acquistare
l'abitudine di giudicare e governarsi in tutto secondo le luci del Vangelo e gli
esempi di Nostro Signore.
Ci sono
dunque due movimenti. Col primo, l'anima si allontana da ciò che il creato può
avere in opposizione alla vita soprannaturale e cerca di essere continuamente
presente a se stessa: aversio a creaturis. Col secondo, l'anima va verso
Dio per unirsi a Lui: conversio ad Deum.
Quest'anima
vuole perciò essere fedele alla grazia che il Signore le offre in ogni momento;
in una parola, vive unita a Gesù e realizza in se stessa le parole: "Se
uno rimane in me e io in lui, costui porta gran frutto" (Gv. 15, 4).
Terza
Verità. - Io mi priverei di uno dei più potenti mezzi per acquistare la vita
interiore, se non mi sforzassi di avere una fede precisa e certa di questa
presenza attiva di Cristo in me, e soprattutto di ottenere che tale presenza sia
per me una realtà viva, anzi vivissima, che penetri sempre più l'atmosfera
delle mie facoltà. Se Gesù diventasse la mia luce, il mio ideale, il mio
consigliere, il mio appoggio, il mio rifugio, la mia forza, il mio medico, il
mio conforto, la mia gioia, il mio amore, insomma tutta la mia vita, allora io
acquisterei tutte le virtù. Soltanto allora potrò sinceramente recitare quella
mirabile preghiera di san Bonaventura proposta dalla Chiesa ai Sacerdoti come
ringraziamento dopo la santa Messa: "Transfige, dulcissime Domine Jesu..."5
Quarta Verità.
- In proporzione all'intensità del mio amore per Dio, la mia vita
soprannaturale può crescere in ogni momento mediante una nuova infusione della
grazia della presenza attiva di Gesù Cristo in me, infusione che é prodotta:
1) in
occasione di atti meritori, cioé virtù, lavoro, patimenti nelle loro varie
forme, privazioni di creature, dolore fisico o morale, umiliazione, abnegazione,
preghiera, Messa, atti di devozione verso Maria Santissima, eccetera;
2) dai
Sacramenti ed in special modo dall'Eucarestia.
È dunque
certo - e questa conseguenza mi schiaccia con la sua sublimità e profondità,
ma più ancora mi dà gioia e coraggio - é dunque certo che per mezzo di ogni
avvenimento, persona o cosa, siete Voi, o Gesù, Voi stesso, che vi presentate
oggettivamente a me in ogni istante. Sotto quelle apparenze, Voi nascondete la
vostra sapienza ed il vostro amore e sollecitate la mia cooperazione per
accrescere la vostra Vita in me.
O anima mia,
Gesù si presenta ogni volta a te per mezzo della grazia del momento presente,
della preghiera da dire, della Messa da celebrare o da ascoltare, della lettura
da fare, degli atti di pazienza, di zelo, di rinunzia, di lotta, di confidenza,
di amore da compiere. Oseresti tu voltare la faccia o sottrarti?
Quinta verità.
- Causata dal Peccato originale ed accresciuta da ciascuno dei miei peccati
attuali, la triplice concupiscenza depone in me germi di morte, opposti alla
vita di Gesù. Ora, nella stessa misura con cui tali germi si sviluppano, essi
diminuiscono l'esercizio di questa vita e possono anche arrivare, ahimé, a
sopprimerla.
Tuttavia, né
inclinazioni, né sentimenti contrari a questa vita, né tentazioni per quanto
violente e prolungate possono recarle danno, finché la mia volontà oppone
resistenza. Anzi, e questa é una verità consolante, in proporzione del mio
zelo, essi contribuiscono ad aumentarla come ogni altro elemento di lotta
spirituale.
Sesta
Verità. - Senza l'uso fedele di mezzi determinati, la mia intelligenza si accecherà
e la mia volontà diventerà troppo debole per cooperare con Gesù alla crescita
o perfino al mantenimento della sua vita in me. Allora avviene una diminuzione
progressiva di questa vita ed io m'incammino verso la tiepidezza della volontà6.
Per dissipazione, per mollezza, per illusione o per accecamento, vengo a patti
col peccato veniale, e siccome questo dispone facilmente a cadere nel peccato
mortale, divento quindi incerto della mia salvezza.
Se io avessi
la disgrazia di cadere in questa tiepidezza (e a maggior ragione se cadessi più
in basso) dovrei prendere ogni mezzo per uscirne: cioè
1) ravvivare
il timor di Dio, riflettendo profondamente sul mio fine, sulla mia morte, sul
giudizio di Dio, sull'inferno, sull'eternità, sul peccato, eccetera;
2) ravvivare
la compunzione mediante la conoscenza amorosa delle vostre piaghe, o
misericordioso Redentore. Con lo spirito sul Calvario, mi getterò ai vostri
santi piedi, perché il vostro Sangue vivo, colando sulla mia testa e sul mio
cuore, dissipi il mio accecamento, sciolga il ghiaccio della mia anima e scuota
il torpore della mia volontà.
Settima Verità.
- Devo seriamente temere di non avere il grado di vita interiore che Gesù esige
da me:
1) se
tralascio di accrescere la sete di vivere di Gesù, sete che mi dà il desiderio
di piacere in tutto a Dio ed il timore di dispiacergli in qualche modo. Ora
questo avviene certamente se non faccio più uso dei mezzi che sono la preghiera
del mattino, la Messa, i Sacramenti e l'Ufficio, gli esami di coscienza,
particolare e generale, la lettura spirituale, oppure se per mia colpa essi non
m'apportano più alcun profitto;
2) se non ho
più quel minimo di raccoglimento che mi permetta, durante le mie occupazioni,
di conservare il mio cuore in una purità e generosità sufficiente perché non
sia soffocata la voce di Gesù, che mi mette in guardia dai fattori di morte che
si presentano e m'invita a combatterli. Questo raccoglimento mi verrà a
mancare, se io non uso i mezzi atti ad assicurarlo: e cioé vita liturgica,
giaculatorie specialmente in forma di supplica, comunioni spirituali, esercizio
della presenza di Dio, ecc.
Se manca
questo raccoglimento, i peccati veniali verranno a pullulare nella mia vita,
senza che nemmeno me ne renda conto. Per nasconderli, o perfino per non lasciar
trasparire uno stato ancor più lacrimevole, l'illusione si servirà
dell'apparenza di una pietà più speculativa che pratica, dello zelo per le
opere d'apostolato ecc. Il mio accecamento sarà colpevole perché, con la
mancanza del necessario raccoglimento, io ne avrò posta e mantenuta la causa.
Ottava Verità.
- La mia vita interiore sarà proporzionata alla custodia del cuore: "Con
ogni cura custodisci il tuo cuore, perché da ciò procede la vita" (Pv. 4,
23).
La custodia
del cuore altro non é che l'abituale o almeno frequente sollecitudine di
preservare tutti i miei atti, man mano che si presentano, da tutto ciò che
potrebbe viziarli nel loro movente o nella loro esecuzione.
Sollecitudine
calma, tranquilla, senza sforzo, ma anche energica e basata sul ricorso filiale
a Dio. Questo é più un lavoro del cuore e della volontà che non della mente,
la quale deve rimanere libera per compiere i suoi doveri. Lungi dal contrastare
l'azione, la custodia del cuore la rende più perfetta, regolandola secondo lo
spirito di Dio e mettendone a fuoco i doveri di stato.
Tale
esercizio lo si può praticare in ogni momento; é come lo sguardo del cuore
sulle azioni presenti ed un'attenzione moderata sulle diverse parti di un'azione
che si sta compiendo. é l'osservanza esatta del motto "Age quod agis"
(fai con cura quel che devi fare). Simile a vigile sentinella, esercita la sua
vigilanza su tutti i movimenti del cuore, su tutto ciò che passa nel suo
interno - impressioni, intenzioni, passioni, inclinazioni - insomma su tutti i
suoi atti interni ed esterni, pensieri, parole, azioni.
La custodia
del cuore esige un certo raccoglimento che non può realizzarsi in un'anima
dissipata. Soltanto con la frequenza di questo esercizio se ne acquista
l'abitudine.
"Quo
vadam ed ad quid?" Dove sto andando e a che scopo? Cosa farebbe Gesù, come
si comporterebbe al mio posto? Cosa mi consiglierebbe? Cosa mi chiede in questo
momento? Tali sono le domande che vengono spontaneamente in mente all'anima
avida di vita interiore.
Per l'anima
che va a Gesù mediante Maria, questa custodia del cuore acquista un carattere
ancor più facilmente affettivo e ricorrere a questa buona Madre diviene un
bisogno incessante del suo cuore.
Nona Verità.
- Gesù Cristo regna nell'anima quando essa aspira ad imitarlo seriamente, in
ogni cosa e con affetto. In questa imitazione vi sono due gradi:
1) L'anima si
sforza di diventare indifferente alle creature in se stesse, siano esse conformi
o contrarie ai suoi gusti. Sull'esempio di Gesù, in tutte le cose non accetta
altra legge che la volontà di Dio: "Sono disceso dal Cielo per fare non la
mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha inviato" (Gv. 6, 38).
2)
"Cristo non cercò la propria soddisfazione" (Rom. 15, 3). L'anima
tende più volentieri a ciò che é contrario e ripugna alla natura. Essa allora
mette in pratica l' "agendo contra" di cui parla Sant'Ignazio nella
celebre meditazione sul Regno di Cristo7,
é l'azione contro la natura per andare di preferenza a ciò che imita la povertà
del Salvatore e il suo amore per le sofferenze e le umiliazioni. Allora l'anima,
secondo la parola di San Paolo, conosce veramente Cristo: "Didicistis
Christum" (Ef. 4, 20).
Decima Verità.
- In qualunque stato io mi trovi, se voglio pregare e diventare fedele alla sua
grazia, Gesù mi offre tutti i mezzi per ritornare ad una vita interiore che mi
restituisca la sua intimità e mi permetta di sviluppare la sua vita in me.
Allora, nel progredire, l'anima non cesserà di possedere la gioia anche in
mezzo alle prove e si realizzeranno in lei quelle parole di Isaia: "Allora
la tua luce spunterà come l'aurora, presto verrà la tua guarigione, ti preverrà
la tua giustizia e la gloria del Signore ti proteggerà. Allora tu pregherai e
il Signore ti risponderà; appena alzerai la voce, egli dirà: Eccomi! (...) E
il Signore ti darà eterno riposo e inonderà la tua anima di splendori, e darà
vigore alle tue ossa, e tu sarai come un giardino irrigato e come una fontana di
acqua viva alla quale non mancheranno mai zampilli" (Is. 58, 8-11).
Undicesima
Verità. - Se Dio mi chiede di applicarmi non solo alla mia santificazione, ma
anche alle opere di apostolato, dovrò prima di tutto formarmi nell'anima questa
ferma convinzione: Gesù deve e vuole essere la vita di queste opere.
I miei
sforzi, da soli, non sono nulla, assolutamente nulla: "Senza di me non
potere far nulla" (Gv. 15, 5); essi non saranno né utili né benedetti da
Dio, se non li unisco costantemente all'azione vivificante di Gesù mediante una
vera vita interiore. Essi diventeranno allora onnipotenti: "Tutto posso, in
Colui che mi dà forza" (Fil. 4, 13). Ma se questi sforzi provenissero da
un'orgogliosa autosufficienza, dalla fiducia nei miei talenti e dal desiderio
del successo, i miei sforzi sarebbero rigettati da Dio. Non sarebbe infatti una
sacrilega follia da parte mia, se volessi rubare a Dio, per farmene bello, un
poco della sua gloria?
Ben lungi dal
rendermi pusillanime, tale convinzione sarà la mia forza. E come mi farà
sentire il bisogno della preghiera per ottenere questa umiltà, tesoro per
l'anima mia, sicurezza dell'aiuto di Dio e caparra di successo per le mie opere!
Penetrato
dall'importanza di questo principio, mi esaminerò coscienziosamente nei giorni
di ritiro, per verificare se non si é indebolita la convinzione che la mia
azione é nulla quando é sola ma é forte quando é unita a quella di Gesù
Cristo, se escludo spietatamente ogni compiacenza, ogni vanità ed ogni
ripiegamento su me stesso nella mia vita di apostolo, se mi mantengo in
un'assoluta diffidenza di me stesso, e se prego Dio di vivificare ogni mia opera
e di preservarmi dall'orgoglio, ch'é il primo e principale ostacolo al suo
aiuto.
Questo credo
della vita interiore, una volta divenuto per l'anima la base della sua
esistenza, le assicura fin da questa vita una partecipazione alla felicità
celeste.
Vita
interiore, vita di predestinati. Essa corrisponde al fine che Dio si é proposto
nel crearci8,
ma corrisponde anche al fine dell'Incarnazione:
"Dio
inviò nel mondo il Suo Figlio unigenito, affinché viviamo per Lui" (1 Gv.,
4, 9).
È uno stato
di beatitudine: "Il fine della creatura umana consiste nell'unirsi a Dio;
in questo infatti consiste la sua felicità" (San Tommaso d'Aquino).
Al contrario
delle gioie mondane, se fuori ci sono le spine, dentro ci sono le rose.
"Come sono da compiangere i poveri mondani!", esclamava il santo
curato d'Ars. Essi portano sulle spalle un mantello foderato di spine e non
possono fare una mossa senza pungersi. I veri cristiani invece portano un
mantello foderato di pelle di coniglio. "Si guarda la Croce, ma non si vede
l'unzione" (San Bernardo).
È uno
stato celeste in cui l'anima diventa un cielo vivente9.
Con santa Margherita Alacoque si può dire: "In ogni tempo posseggo e in
ogni luogo porto il Dio del mio cuore e il cuore del mio Dio".
È il
principio della beatitudine: "Una certa qual anticipazione dell'eterna
beatitudine"10.
La grazia é il Cielo in germe.
IV
- Quanto sia misconosciuta questa vita interiore
San Gregorio
Magno, che fu tanto esperto amministratore ed apostolo zelante quanto grande
contemplativo, con questa semplice espressione: "Secum vivebat" - egli
viveva presso di sé - caratterizza lo stato d'animo di san Benedetto mentre
gettava a Subiaco le basi della sua Regola, divenuta ben presto una fra le più
potenti leve d'apostolato di cui Dio si é servito sulla terra.
Della maggior
parte dei contemporanei bisogna dire il contrario. Vivere presso di sé, in se
stesso, voler governare se stesso, non lasciarsi governare dalle cose esteriori,
ridurre l'immaginazione, la sensibilità, perfino l'intelligenza e la memoria al
ruolo di servi della volontà e conformare costantemente questa volontà a
quella di Dio, é un programma che si accetta sempre meno, in questo secolo di
agitazioni che ha visto nascere un nuovo ideale: l'amore dell'azione per
l'azione.
Per eludere
questa disciplina delle facoltà, tutti i pretesti sono buoni: affari,
sollecitudine per la famiglia, igiene, buon nome, amor patrio, prestigio della
categoria, pretesa gloria di Dio, fanno a gara per impedirci di vivere in noi
stessi. Questa specie di delirio della vita esteriore giunge anche ad esercitare
su noi una irresistibile attrattiva.
Come
stupirsi, allora, se la vita interiore é misconosciuta?
Ma dire
misconosciuta é troppo poco; essa viene spesso disprezzata e ridicolizzata
proprio da coloro che più di tutti dovrebbero apprezzarne i vantaggi e la
necessità. Per protestare contro le pericolose conseguenze d'un'ammirazione
esclusiva per le opere, fu necessaria la citata memorabile lettera inviata da
Leone XIII al Card. Gibbons, arcivescovo di Baltimora.
Per evitare
il lavoro della vita interiore, l'uomo di chiesa giunge al punto di misconoscere
l'eccellenza della vita con Cristo, in Cristo, per mezzo di Cristo, dimenticando
che, nel piano della Redenzione, tutto si fonda sulla vita eucaristica, tanto
quanto poggia sulla rocca di Pietro. Relegare in second'ordine ciò che é
essenziale, é appunto quanto inconsciamente compiono i partigiani di quella
spiritualità moderna chiamata Americanismo.
Costoro non
giungono a considerare le chiese come templi protestanti, per loro il
tabernacolo non é ancor vuoto, ma la vita eucaristica non sarebbe più
sufficiente né adatta alle esigenze della civiltà moderna; la vita interiore,
che deriva necessariamente dalla vita eucaristica, avrebbe ormai fatto il suo
tempo.
Per le
persone imbevute di tali teorie - e sono una legione - la Comunione ha perduto
quel vero senso che aveva per i primi cristiani. Credono ancora nell'Eucaristia,
ma non ci vedono più un elemento di vita così necessario tanto per loro che
per le loro opere. Non c'é perciò da stupirsi se, non esistendo più per essi
l'incontro intimo con Gesù-Ostia, la vita interiore sia considerata come un
ricordo del medioevo.
In verità, a
sentir parlare questi uomini d'azione delle loro opere, ci sarebbe quasi da
credere che l'Onnipotente, il quale creò il mondo come per gioco e dinanzi al
quale l'universo non é che polvere e nulla, non possa fare a meno del loro
collaborazione! Molti cristiani ed anche alcuni sacerdoti e religiosi,
attraverso il culto dell'azione, giungono inavvertitamente a formarsene una
specie di dogma che ispira la loro condotta e le loro azioni e li spinge ad
abbandonarsi sfrenatamente ad una vita esteriore.
Si vorrebbe
poter dire: "la Chiesa, la diocesi, la parrocchia, la congregazione, le
opere di apostolato hanno bisogno di me... Io sono più che utile a Dio".
Anche se non si arriva ad esprimere apertamente simile vanità, ci sono però
nascosti nel fondo del cuore la presunzione che ne é la base e l'attenuazione
di fede che l'ha generata.
Sovente si
ordina al nevrastenico di astenersi, magari per molto tempo, da ogni
occupazione; ma questo é per lui un rimedio insopportabile, appunto perché la
sua malattia lo mette in un'agitazione febbrile che diventa come una seconda
natura e lo spinge a cercare instancabilmente nuovi dispendi di forze e nuove
emozioni che aggravano il suo male.
Altrettanto
avviene spesso all'uomo di azione riguardo alla vita interiore. Egli la
disprezza, anzi ne sente maggior ripugnanza appunto perché solo nella sua
pratica si trova il remedio del suo stato morboso; anzi, cercando di stordirsi
sempre più con una valanga di lavori crescenti e disordinati, egli scarta ogni
possibilità di guarigione.
La nave corre
a tutto vapore; ma se il pilota si compiace della velocità, Dio invece giudica
che quella nave, priva di un saggio timoniere, sta andando all'avventura e
rischia di rovinarsi. "Adoratori in spirito e verità": ecco ciò che
Nostro Signore innanzitutto reclama. L'Americanismo invece pretende di dare
maggior gloria a Dio puntando principalmente ai risultati esteriori.
Questo stato
d'animo dimostra che, se oggi sono ancora apprezzate le scuole, i dispensari, le
missioni e gli ospedali, é sempre meno compresa l'abnegazione nella sua forma
intima, cioé nella penitenza e nella preghiera. Colui che non sa più credere
al valore dell'immolazione nascosta, non si accontenterà di trattare da vili e
visionari quelli che la praticano nella solitudine del chiostro, - i quali
invece non dimostrano minor ardore per la salvezza delle anime che i più
infaticabili missionari - ma giungerà a ridicolizzare anche quegli apostoli che
ritengono indispensabile sottrarre qualche momento alle occupazioni, anche a
quelle più utili, per andare a purificare e riaccendere il loro zelo davanti al
Tabernacolo e così ottenere dall'Ospite divino i migliori risultati alle loro
fatiche.
V
- Risposta ad una prima obiezione: la vita interiore é oziosa?
Questo libro
é rivolto unicamente agli uomini d'azione animati dal desiderio ardente di
dedicarsi all'apostolato, ma esposti al pericolo di trascurare i mezzi necessari
affinché la loro dedizione sia feconda per le anime senza diventare un
dissolvente della loro vita interiore.
Non é nostro
scopo stimolare i pretesi apostoli che hanno il culto del riposo, né scuotere
le anime illuse dall'egoismo, che fa loro vedere nell'ozio un mezzo che
favorisce la pietà, e neppure intendiamo smuovere l'indifferenza di quegli
indolenti ed addormentati che, nella speranza di ottenere vantaggi ed onori,
accettano di dare il loro nome a determinate opere purché non sia turbata la
loro pace ed il loro ideale di tranquillità: per costoro ci vorrebbe ben altro
libro.
Lasciamo ad
altri l'incarico di far comprendere a questa categoria di apatici la
responsabilità d'una esistenza che Dio voleva attiva e che il demonio,
d'accordo con la natura, rende sterile per mancanza di attività e di zelo, e
torniamo a rivolgerci ai venerabili fratelli cui vogliamo riservare queste
pagine.
Nessun
termine di paragone può riflettere la infinita intensità dell'attività che si
svolge in seno a Dio. La vita interiore del Padre é tale che genera una Persona
divina; dalla vita interiore del Padre e del Figlio procede lo Spirito Santo.
La vita
interiore comunicata agli Apostoli nel Cenacolo, accese subito in loro la fiamma
dello zelo.
Per chiunque
abbia istruzione e non si sforzi di snaturarla, questa vita interiore é un
principio di abnegazione.
E se anche
non si rivelasse con manifestazioni esteriori, la vita di preghiera é in sé ed
intimamente una sorgente di attività che non può essere paragonata a
nessun'altra. Non vi é nulla di più falso del considerarla come una specie di
oasi in cui ci si possa rifugiare per trascorrervi pigramente l'esistenza. Basta
che essa sia la via più breve che porta al Regno dei Cieli, perché le si
possano applicare in modo speciale quelle parole: "Il Regno dei Cieli lo si
ottiene con la forza e sono i violenti a conquistarselo" (Mt. 11, 12).
Don
Sebastiano Wyart, il quale aveva conosciuto il lavoro dell'asceta e le lotte del
militare, la fatica dello studio e le cure inerenti alla carica di superiore,
soleva dire che vi sono tre specie di lavoro:
a) Il lavoro
quasi esclusivamente fisico di coloro che esercitano un mestiere manuale - di
contadino, di artigiano, di soldato -; comunque si pensi, diceva, questo lavoro
é il meno duro di tutti.
b) Il lavoro
intellettuale dello scienziato e del pensatore dediti alla ricerca, spesso
ardua, della verità; il lavoro dello scrittore e del professore che fanno ogni
sforzo per far penetrare questa verità in altre intelligenze; il lavoro del
diplomatico, del negoziante, dell'ingegnere eccetera; gli sforzi mentali del
generale in battaglia per prevedere, dirigere e decidere. Questo lavoro é in se
stesso molto più penoso del primo, come espresso dal noto proverbio: "la
lama consuma il fodero".
c)
Infine c'é il lavoro della vita interiore. Il santo sacerdote non esitava a
proclamarlo il più assorbente dei tre, se viene fatto sul serio11.
Ma é allo stesso tempo quello che ci dà in questa vita maggiori consolazioni
ed é anche il più importante, perché forma non soltanto la professione
dell'uomo, ma l'uomo stesso. Quanti si gloriano d'essere coraggiosi nei due
primi generi di lavoro che portano alla fortuna e al successo, ma non sono altro
che inerti, pigri e vili quando si tratta di lavorare per la virtù!
Sforzarsi
continuamente per dominare se stesso e il proprio ambiente, per agire mirando in
ogni cosa alla sola gloria di Dio, é l'ideale dell'uomo risoluto ad acquistare
la vita interiore. Per realizzarlo, egli si sforza in ogni circostanza di
restare unito a Gesù Cristo, di tener sempre l'occhio fisso al fine da
raggiungere e di ponderare ogni cosa alla luce del Vangelo. Ripete spesso con
Sant'Ignazio: "Quod vadam et ad quid?" Intelligenza e volontà,
memoria e sensibilità, immaginazione e sensi: tutto in lui é regolato da un
principio. Ma a prezzo di quali sforzi arriva a tali risultati! Sia che si
mortifichi o si conceda qualche onesto piacere, che pensi o realizzi, che lavori
o si riposi, che ami il bene o che provi avversione per il male, che desìderi o
tema, che accetti la gioia o la tristezza, che sia pieno di speranza o di
timore, indignato o pacifico, sempre e in tutte le cose egli si sforza di tenere
con tenacia il timone nella direzione del divino beneplacito. Nella preghiera e
soprattutto vicino all'Eucaristia, egli s'isola ancor più completamente da
tutto quanto lo circonda, onde poter trattare con l'invisibile Dio come se lo
vedesse12.
Anche in mezzo alle fatiche apostoliche egli mira a praticare quell'ideale che
San Paolo ammirava in Mosé.
Avversità
della vita o bufere delle passioni, nulla può sviarlo dalla linea di condotta
che si é imposto; se per caso s'indebolisce un momento, subito si rialza per
riprendere più vigorosamente la marcia in avanti.
Quale lavoro!
E si comprende allora come già su questa terra Dio ricompensi con gioie
particolari colui che non indietreggia davanti allo sforzo richiesto da questo
lavoro.
"Oziosi,
i veri religiosi? - concludeva don Wyart - Oziosi, i sacerdoti di vita interiore
e zelanti? Ma via! Vengano i mondani, anche quelli più affaccendati, a
constatare se la loro fatica é paragonabile alla nostra!"
Chi non
ne ha fatta l'esperienza? Alle volte si é tentati di preferire magari lunghe
ore di faticoso lavoro a una mezz'ora d'orazione ben fatta, ad un'assistenza
devota alla Messa, alla recita attenta dell'Ufficio13.
Il padre Faber esprimeva il suo rammarico nel dover costatare che per certuni
"il quarto d'ora che segue la Comunione é il più noioso della
giornata". Se si tratta di fare un breve ritiro di tre giorni, quale
ripugnanza si dimostra! Sottrarsi per tre giorni alla vita facile (benché molto
occupata) per vivere nel soprannaturale e farlo penetrare, durante quel tempo di
ritiro, in tutti i particolari della propria vita; sforzare la mente perché
esamini tutto, per quel tempo, alla luce della fede; sforzare il proprio animo a
dimenticare tutto per respirare solo Gesù e la sua Vita, rimanere faccia a
faccia con se stessi per mettere a nudo le infermità e le debolezze dell'anima,
gettandola nel crogiolo, senza commiserare le sue proteste: ecco una prospettiva
che fa indietreggiare moltissime persone che magari sono pronte a qualunque
fatica, finché si tratta d'impegnarsi in un'attività puramente naturale.
Ma se tre
giorni appena di tale occupazione sembrano già così penosi, cosa proverà mai
la nostra natura all'idea di sottoporre gradatamente una vita intera al regime
della vita interiore?
Senza
dubbio, in questo lavoro di spogliamento, a svolgere il ruolo principale é
quella grazia che rende soave il giogo e leggero il peso. Ma quanta materia di
sforzo da compiere vi trova l'anima! Le costa sempre molto il rimettersi sulla
retta via e ritornare al principio "la nostra patria sta nei Cieli" (Fil.
3, 20). Lo spiega molto bene san Tommaso. L'uomo, dice, é posto tra le cose
terrene e i beni spirituali nei quali si trova l'eterna beatitudine. Quanto più
aderisce alle prime, tanto più s'allontana dai secondi14.
Accade come nella bilancia: se un piattello si abbassa, l'altro s'innalza in
proporzione.
Orbene, la
catastrofe del peccato originale che ha sconvolto l'economia del nostro essere,
ha reso penoso questo duplice movimento di adesione e di allontanamento. Da
allora, per poter ristabilire e mantenere, mediante la vita interiore, l'ordine
e l'equilibrio in questo "piccolo mondo" che é l'uomo, ci vuole
fatica, dolore e sacrificio. Si tratta di ricostruire un edificio rovinato e
preservarlo poi da nuova rovina.
Distogliere
costantemente dalle cure terrrene, per mezzo della vigilanza, della rinunzia e
della mortificazione, questo cuore aggravato da tutto il peso della natura
corrotta, "aggravati di cuore" (Ps. 4, 3); riformare il proprio
carattere specialmente su quei punti in cui é più dissimile dalla fisionomia
dell'anima di Nostro Signore - dissipazione, trasporti d'ira, compiacenza di sé
e fuori di sé, manifestazioni di orgoglio o di naturalismo, come pure durezza,
egoismo, mancanze di bontà, eccetera -; resistere alla brama del piacere
presente e sensibile, con la speranza di una felicità spirituale che si potrà
godere solo dopo una lunga attesa; distaccarsi da tutto ciò che può farci
amare la vita presente; fare un olocausto senza riserve di tutto: creature,
desideri, cupidigie, concupiscenze, beni esterni, volontà e proprie vedute...
quale còmpito!
Eppure
questa non é che la parte purgativa della vita interiore. Dopo questa lotta a
corpo a corpo - lotta che faceva gemere san Paolo15 e che il padre de Ravignan descriveva con queste parole: "Voi mi domandate
cosa ho fatto durante il noviziato? Eravamo in due; ne ho gettato uno dalla
finestra e sono rimasto solo" - dopo questa lotta senza tregua contro un
nemico sempre pronto a rinascere, é necessario proteggere dai minimi ritorni
dello spirito naturalistico un cuore che, purificato dalla penitenza, é ora
consumato dal desiderio di riparare gli oltraggi fatti a Dio; bisogna dispiegare
tutta l'energia per tenerlo unicamente attaccato alle bellezze invisibili delle
virtù da acquistarsi onde imitare quelle di Cristo; bisogna sforzarsi di
conservare anche nelle minime circostanze della vita un'assoluta fiducia nella
Provvidenza: questa é la parte positiva della vita interiore. Chi non
intravvede l'immensità di questo campo di lavoro che si presenta?
È un lavoro
intimo, assiduo e costante; ma é proprio con questo lavoro che l'anima acquista
una meravigliosa facilità ed una stupefacente rapidità di esecuzione nelle
fatiche apostoliche. Solo la vita interiore possiede questo segreto.
Le opere
immense compiute, nonostante una salute precaria, da un Agostino, da un Giovanni
Crisostomo, da un Bernardo, da un Tommaso d'Aquino, da un Vincenzo de' Paoli, ci
gettano nello stupore. Ma ancor più ci meraviglia vedere come questi uomini,
pur essendo immersi in occupazioni quasi continue, sapevano mantenersi nella più
costante unione con Dio. Nel dissetarsi più degli altri alla sorgente della
Vita per mezzo della contemplazione, questi santi ne attingevano le più vaste
capacità di lavoro.
é pure
questa la verità che uno dei nostri grandi Vescovi, sovraccarico di lavoro,
esprimeva ad un uomo di Stato, anch'egli oppresso dagli affari, il quale gli
domandava il segreto della sua continua serenità e dei mirabili successi delle
sue opere: "Mio caro amico, aggiungete a tutte le vostre occupazioni una
mezz'ora di meditazione ogni mattina: non solo sbrigherete i vostri affari, ma
troverete anche il tempo per realizzarne dei nuovi".
Infine noi
sappiamo che il santo Re Luigi IX, nelle otto o nove ore che abitualmente
dedicava agli esercizi della vita interiore, trovava il segreto e la forza di
applicarsi agli affari dello Stato e al bene dei sudditi con tanta sollecitudine
che, per ammissione di un oratore socialista, mai, neppure ai nostri tempi, fu
fatto tanto in favore delle classi lavoratrici quanto lo é stato sotto il regno
di questo principe.
VI
- Risposta ad una seconda obiezione: la vita interiore é egoistica?
Non parliamo
qui del pigro né del goloso spirituale, che fanno consistere la vita interiore
nelle gioie di una piacevole oziosità e cercano più le consolazioni di Dio che
il Dio delle consolazioni: costoro non hanno che una falsa pietà. Ma colui che,
per leggerezza o per pregiudizio, definisce egoistica la vita interiore, non
l'ha certo compresa meglio.
Abbiamo già
detto che questa vita é la sorgente pura e ricca delle più generose opere di
carità verso le anime e della carità che allieva le miserie terrene. Ora
esaminiamo l'utilità di questa vita sotto un altro aspetto.
Egoistica
e sterile sarebbe dunque la vita interiore di Maria e di Giuseppe? Che bestemmia
e che assurdità! Eppure, a loro non viene attribuita nessuna opera esteriore.
Ma l'irradiazione sul mondo di una intensa vita interiore e i meriti delle
preghiere e dei sacrifici applicati all'estensione dei benefici della
Redenzione, sono bastati da soli a costituire Maria Regina degli Apostoli e san
Giuseppe Patrono della Chiesa Universale16.
Lo sciocco
presuntuoso, che solo vede le sue opere esteriori ed i loro risultati, non fa
che ripetere le parole di Marta: "Mia sorella mi ha lasciata sola a
servire!" (Lc. 10, 40).
La sua fatuità
e la sua scarsa comprensione delle vie divine non arrivano al punto di fargli
supporre che Dio non sappia quasi fare a meno di lui. Ma intanto ripete
volentieri con Marta, incapace di apprezzare la vita contemplativa della
sorella: "Dille dunque che mi aiuti" (Lc. 10, 40), e magari giunge ad
esclamare: "A che pro tutto questo spreco?" (Mt. 24, 8), rimproverando
come uno perdita di tempo i momenti che i suoi fratelli di apostolato, i quali
fan più vita interiore di lui, si riservano per assicurare la loro unione con
Dio.
"Io
santifico me stesso per loro, affinché essi pure siano santificati nella verità"
(Gv. 17, 19): ecco come risponde l'anima che ha compreso tutta la portata della
parola del Maestro. Conoscendo il valore della preghiera, alle lacrime ed al
sangue del Redentore quest'anima unisce le lacrime dei suoi occhi e il sangue di
un cuore che si purifica ogni giorno di più.
Con Gesù,
l'anima di vita interiore sente la voce dei delitti del mondo salire verso il
cielo e domandare sui loro autori un castigo di cui essa ritarda l'esecuzione
con l'onnipotenza della supplica, capace di trattenere la mano di Dio pronta a
scagliare i fulmini.
"Coloro
che pregano - diceva dopo la sua conversione l'eminente statista Juan Donoso
Cortés - fanno per il mondo più di quelli che combattono, e se il mondo va di
male in peggio, ciò é dovuto al fatto che vi sono più battaglie che
preghiere".
"Le mani
alzate - diceva Bossuet - sbaragliano più battaglioni di quelle che
colpiscono". E i solitari della Tebaide, anche in mezzo al deserto, avevano
spesso nel cuore il fuoco che bruciava San Francesco Saverio. Sembrava - dice
Sant'Agostino - che avessero abbandonato il mondo più di quanto era necessario:
"Videntur nonnullis res humanas plus quam oportet, deseruisse"; ma non
si riflette - aggiungeva - che le loro preghiere, rese più pure dal loro grande
distacco dal mondo, diventavano più efficaci e più necessarie a questo mondo
corrotto.
Una preghiera
breve, ma fervente, di norma affretterà una conversione ben più che lunghe
discussioni e discorsi. Colui che prega tratta con la Causa prima e agisce
direttamente su di essa, ed ha in mano tutte le cause seconde, perché queste
ricevono la loro efficacia unicamente da questo Principio superiore. Perciò
l'effetto desiderato viene allora ottenuto più sicuramente e più presto.
Secondo
un'attendibile rivelazione, diecimila eretici furono convertiti da una sola
preghiera infuocata della serafica Santa Teresa, la cui anima incendiata per
Cristo non poteva comprendere una vita contemplativa che si disinteressasse
della sollecitudine del Salvatore per la conversione delle anime.
"Accetterei il purgatorio fino al giorno del Giudizio universale - diceva -
pur di liberare una sola di esse. Poco importa la durata delle mie sofferenze,
se così potrò liberare una sola anima (e, meglio ancora, parecchie anime) per
la maggior gloria di Dio". E alle sue religiose diceva: "Figlie mie,
indirizzate a questo fine totalmente apostolico le vostre orazioni, le vostre
discipline, i vostri digiuni e i vostri desideri".
Appunto
questa é l'opera di Carmelitani, Trappisti, Clarisse. Essi seguono le orme
degli Apostoli, sostenendoli con la sovrabbondanza delle loro preghiere e delle
loro penitenze. Le loro preghiere piombano dall'alto e giungono, fin dove
cammina la Croce e splende il Vangelo, sulle anime, su questi bottini di guerra
del Signore. O per meglio dire, é il loro amore nascosto ma attivo che suscita
ovunque, nel mondo dei peccatori, la voce della misericordia.
Nessuno
quaggiù conosce il perché di quelle lontane conversioni di pagani, dell'eroica
fermezza di quei cristiani perseguitati, della gioia celeste di quei missionari
martirizzati. Tutto questo é invisibilmente legato alla preghiera di un'umile
claustrale. Con le dita poste sulla tastiera delle divine misericordie e dei
lumi soprannaturali, la sua anima silenziosa e solitaria presiede alla salute
delle anime e alle conquiste della Chiesa17.
Diceva Mons.
Favier, vescovo di Pechino: "Io voglio dei Trappisti in questo Vicariato
Apostolico; anzi, desidero che si astengano da qualunque ministero, affinché
nulla possa distrarli dalle opere di preghiera, di penitenza e degli studi
sacri; so bene infatti quale aiuto porterà ai missionari l'esistenza di un
monastero di ferventi contemplativi in mezzo ai nostri miseri Cinesi". E in
seguito testimoniava: "Siamo finalmente riusciti a penetrare in una regione
sinora inavvicinabile. Attribuisco questo successo ai nostri cari
Trappisti".
"Dieci
Carmelitani che pregano - diceva un Vescovo della Cocincina al Governatore di
Saigon - mi daranno maggior aiuto di venti missionari che predicano".
I sacerdoti
secolari, i religiosi e le religiose votati alla vita attiva, ma anche alla vita
interiore, partecipano allo stesso potere che le anime del chiostro hanno sul
cuore di Dio. Ne sono esempi magnifici un Padre Chevier, un Don Bosco e un S.
Antonio Maria Zaccaria. La Beata Anna Maria Taigi, nelle sue funzioni di povera
massaia, era un'apostola, come lo era S. Benedetto Giuseppe Labre che schivava
le vie battute. Il signor Dupont, il santo di Tours, il colonnello Pacqueron
ecc., divorati dalla medesimo ardore, erano potenti nelle loro opere in quanto
uomini di vita interiore. Il generale De Sonis, tra una battaglia e l'altra,
trovava il segreto del suo apostolato nell'unione con Dio.
Egoistica e
sterile la vita del Santo Curato d'Ars? Il silenzio sarebbe l'unica risposta
meritata da una tale affermazione. Ogni mente saggia attribuisce precisamente
alla sua perfetta intimità con Dio lo zelo ed i magnifici successi di questo
prete povero di talenti ma che, contemplativo quanto un certosino, era divorato
da una grande sete di anime, resa inestinguibile dai suoi progressi nella vita
interiore, e riceveva dal Signore, di cui viveva, una certa partecipazione della
potenza divina nell'operare le conversioni.
Infeconda la
sua vita intima? Ma supponiamo un Curato d'Ars in ogni diocesi. In meno di dieci
anni, la nazione sarebbe completamente rigenerata, e lo sarebbe più
profondamente che non da una moltitudine di opere insufficientemente basate
sulla vita interiore e per quanto organizzate con l'aiuto di grandi mezzi
finanziari, dell'ingegno e dell'attività di migliaia di apostoli.
Non
dubitiamone: la principale ragione di sperare nella risurrezione della nostra
Patria, sta nel fatto che, come si può constatare da alcuni anni, in nessun
altro tempo forse vi furono, anche tra i semplici fedeli, tante anime così
ardentemente desiderose di vivere unite al Cuore di Gesù e di estendere il suo
Regno facendo germogliare attorno a loro la vita interiore. Queste anime elette
sono un'infima minoranza, certo; ma che importa il numero quando vi é
l'intensità? Se la nostra Patria é risorta dopo la Rivoluzione, lo si deve
attribuire a quel gruppo di sacerdoti maturati nella vita interiore mediante la
persecuzione. Per mezzo di loro, una corrente di Vita divina venne a riscaldare
una generazione, che l'apostasia e l'indifferenza sembravano aver condannato ad
una morte che nessuno sforzo umano poteva evitare.
Dopo
cinquant'anni di libertà d'insegnamento, dopo quel mezzo secolo che ha visto il
rifiorire d'innumerevoli opere, e durante il quale noi abbiamo avuto nelle
nostre mani tutta la gioventù nazionale e l'appoggio quasi completo dei
governanti, come mai, nonostante risultati apparentemente gloriosi, non abbiamo
potuto formare in seno alla nazione una maggioranza così profondamente
cristiana da poter lottare contro la lega dei ministri di Satana?18.
Senza dubbio
hanno contribuito a questa impotenza l'abbandono della vita liturgica e la
cessazione del suo irraggiamento sui fedeli. La nostra spiritualità é divenuta
gretta, arida, superficiale, esteriore o del tutto sentimentale; quindi non ha
più quella penetrazione e quel fascino sulle anime che suol dare la liturgia,
questa grande forza di vitalità cristiana.
Ma non vi é
forse un'altra causa in questo fatto?
Non sarà che
noi sacerdoti ed educatori, mancando di un'intensa vita interiore, non abbiamo
potuto creare nelle anime che una pietà superficiale, senza potenza ideale e
senza forti convinzioni? Come docenti non ci dimostrammo forse preoccupati più
del successo dei diplomi e del prestigio delle scuole, che non di dare alle
anime una solidissima istruzione religiosa? Non abbiamo forse speso le nostre
energie senza mirare innanzi tutto alla formazione della volontà, per stampare
l'impronta di Gesù Cristo su caratteri ben temprati? E questa mediocrità non
é stata forse spesso causata dalla banalità della nostra vita interiore?
Come si suol
dire, a sacerdote santo corrisponde un popolo fervente; a sacerdote fervente un
popolo pio; a sacerdote pio un popolo onesto; a sacerdote onesto un popolo
empio. In coloro che vengono generati nello spirito, c'é sempre un grado di
vita in meno.
Non
arriviamo ad accettare tale affermazione, ma notiamo che le seguenti parole di
Sant'Alfonso esprimono sufficientemente a quale causa dobbiamo attribuire la
responsabilità della nostra attuale situazione: "I buoni costumi e la
salvezza dei popoli dipendono dai buoni pastori. Se alla testa di una parrocchia
c'é un buon pastore, ben presto la devozione fiorirà, i sacramenti saranno
frequentati e l'orazione mentale messa in onore. Di qui il proverbio: «Quale il
pastore, tale la parrocchia», che riprende il detto dell'Ecclesiastico: «Quale
il governante della città, tali i suoi abitanti»"19.
-
VII - Obiezione tratta dall'importanza della salvezza delle anime
"Ma
- dirà l'anima esteriore in cerca di pretesti contro la vita interiore - come
si può pretendere di limitare le mie opere di zelo? Posso io impegnarmi troppo,
soprattutto quando si tratta di salvare le anime? La mia attività non supplisce
forse a tutto il resto, e vantaggiosamente, con il sublime esercizio
dell'abnegazione? Chi lavora prega e il sacrificio supera l'orazione. E San
Gregorio non definisce forse lo zelo per le anime come il sacrificio più
gradito che si possa offrire a Dio? "Nessun sacrificio é più gradito a
Dio che lo zelo per le anime"20.
Prima di
tutto, precisiamo il vero senso di queste parole di San Gregorio, seguendo la
voce del Dottore Angelico.
Offrire
spiritualmente a Dio un sacrificio, dice San Tommaso, é offrirgli qualcosa che
gli dà gloria; fra tutti i beni che l'uomo può offrire a Dio, quello più
gradito é senza dubbio la salvezza di un'anima. Ma ciascuno deve innanzitutto
offrirgli la propria stessa anima, secondo le parole della Scrittura: "Se
vuoi piacere a Dio, abbi pietà della tua anima". Una volta compiuto questo
primario sacrificio, potremo poi permetterci di procurare ad altri una simile
felicità. Quanto più l'uomo unisce strettamente a Dio dapprima l'anima sua e
poi quella degli altri, tanto più gradito é il suo sacrificio. Ma questa
unione intima, generosa e umile non la si può ottenere che per mezzo
dell'orazione. Applicare se stesso e far applicare altri alla vita d'orazione e
alla contemplazione, é dunque più gradito al Singore che il dedicarsi o
impegnare altri all'azione, alle opere.
Perciò,
conclude l'Angelico, quando San Gregorio afferma che il sacrificio più gradito
a Dio é la salvezza delle anime, non intende con ciò preferire la vita attiva
a quella contemplativa, ma vuol dire soltanto che offrire a Dio anche un'anima
sola, Gli dà infinitamente più gloria, ed é per noi molto più meritorio, che
offrirgli quanto c'é di più prezioso sulla terra21.
La necessità
della vita interiore deve così poco distogliere le anime generose dalle opere
di zelo, se l'evidente volontà di Dio esige da loro di accettarne l'incarico,
che volersi sottrarre a tale lavoro o dedicarvisi con negligenza, disertare il
campo di battaglia col pretesto di meglio coltivare la propria anima e arrivare
ad un'unione più perfetta con Dio, sarebbe una pericolosa illusione e, in certi
casi, causa di gravi pericoli. "Guai a me, se non avrò
evangelizzato", disse S. Paolo (1 Cor. 9, 16).
Ma, fatta
questa riserva, diciamo subito che dedicarsi alla conversione delle anime
dimenticando la propria, genera un'illusione ancor più grave. Dio vuole che
amiamo il prossimo come noi stessi, ma giammai più di noi stessi, cioé mai
fino al punto di nuocere a noi stessi personalmente; in pratica si richiede di
aver maggior cura della nostra anima che di quella degli altri, perché il
nostro zelo deve essere regolato dalla carità e l'assioma teologico insegna che
"la prima carità é quella verso se stessi".
"Io
amo Gesù Cristo - diceva Sant'Alfonso de'Liguori - e perciò ardo dal desiderio
di dargli delle anime: ma prima la mia e poi un incalcolabile numero di
altre". Ciò significa tradurre in pratica il "tuus esto ubique"
di S. Bernardo: "Non é saggio colui che non é padrone di sé"22.
Il
santo abate di Chiaravalle, che fu un prodigio di zelo apostolico, seguiva
questa regola. Goffredo, suo segretario, così ce lo dipinge: "Innanzitutto
egli é tutto di se stesso, quindi é tutto per gli altri"23.
Così
scriveva il medesimo santo al Papa Eugenio III: io non voglio che vi sottraiate
completamente dalle occupazioni secolari, ma vi esorto soltanto a non
dedicarvici interamente. Se siete l'uomo di tutto il mondo, siatelo anche di voi
stesso. Se no, che vi gioverebbe guadagnare tutti gli altri se poi perdeste voi
stesso? Riservate dunque qualcosa per voi; se tutto il mondo viene a bere alla
vostra fonte, beveteci anche voi. Voi solo dunque rimarreste assetato?
Cominciate sempre col pensare a voi stesso. Invano vi dareste ad altre
sollecitudini, se finiste col trascurare voi stesso. Tutte le vostre riflessioni
comincino e finiscano con voi, dunque. Siate per voi il primo e l'ultimo,
ricordando che, nell'affare della vostra salute, nessuno v'é più prossimo del
figlio unico di vostra madre24.
È molto
suggestivo questo appunto di ritiro spirituale lasciato da monsignor Dupanloup:
"Io ho
un'attività terribile che rovina la mia salute, turba la mia pietà e non serve
affatto al mio sapere: bisogna che la regoli. Dio mi ha fatta la grazia di
conoscere che ciò che si oppone soprattutto in me allo stabilimento di una vita
interiore tranquilla e fruttuosa, sono l'attività naturale e il potere
trascinatore delle occupazioni. Inoltre, ho scoperto che proprio questa mancanza
di vita interiore é la sorgente delle mie colpe, dei miei turbamenti, delle mie
aridità, dei miei disgusti e della mia cattiva salute. Ho dunque deciso di
rivolgere tutti i miei sforzi all'acquisto di questa vita interiore che mi manca
e per questo, con la grazia di Dio, ho fissato i seguenti punti fermi:
1) Qualunque
cosa debba fare, per compierla mi prenderò più tempo di quel che sia
necessario; questo é l'unico mezzo per non essere mai premuto dalla fretta né
trascinato.
2) Siccome ho
sempre più cose da fare che tempo per farle, e siccome questa prospettiva mi
preoccupa e mi travolge, d'ora innanzi non considererò più le cose che debbo
fare bensì il tempo che ho da impiegarvici. Lo impiegherò senza perderne
nulla, cominciando dalle cose più importanti e non mi inquieterò per tutto ciò
che rimarrà da fare, ecc.".
Un
abile gioielliere preferisce il minimo frammento di diamante a parecchi zaffiri.
Così, secondo l'ordine stabilito da Dio, la nostra intimità con Lui lo
glorifica più di tutto quanto potremmo procurare a beneficio di molte anime, ma
a danno del nostro progresso spirituale. Quest'armonia nel nostro zelo la vuole
il Padre celeste, il quale si applica più nel governare un cuore in cui regna,
che non nel governo naturale di tutto l'universo e nel governo civile di tutti
gl'imperi25.
Se vede che
un'opera diventa un ostacolo allo sviluppo della carità nell'anima che se ne
occupa, talvolta Egli preferisce lasciarla scomparire.
Satana, al
contrario, non esita a favorire successi del tutto superficiali se, in cambio di
essi, può impedire che l'apostolo progredisca nella vita interiore, tanto la
sua rabbia sa indovinare quali sono i veri tesori agli occhi di Gesù Cristo.
Purché si distrugga un diamante, concede volentieri qualche zaffiro.
“VIA CRUCIS DI PADRE PETR“
(Milano 28.02.2001)
Vogliamo fare insieme questa Via Crucis non perché noi siamo dei masochisti che si incontrano per vivere la sofferenza, ma perché vogliamo ricordarci quello che Cristo ha fatto per noi e vedere l’importanza del coraggio nella nostra vita e l’importanza della forza che ci aiuta a superare i problemi.
E così anche dopo tanti anni, vogliamo rivivere insieme al Signore la Via Crucis, questo rito cristiano che si fa da secoli. Con questa pratica di pietà entriamo nel tempo della Quaresima, il tempo nel quale vogliamo ricordare che lo spirito ha il potere sul corpo: è lo spirito quello che governa, questo è il messaggio del digiuno, dell’astinenza.
E allora preghiamo in questo momento il Signore che ci dia la mente aperta, il cuore aperto per poter vivere degnamente con il Signore questa esperienza di una parte della sua vita.
Cantiamo ora:
Santa Madre, deh, voi fate
che le piaghe del Signore
siano impresse nel mio cuore.
I. Stazione
GESU’ E’ CONDANNATO A MORTE
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Proviamo a riflettere su questa condanna: cosa significa? Nel caso di Cristo significava la morte, Lui che faceva tanto bene alla gente, improvvisamente si trova insieme con i delinquenti, Lui che è innocente. E vogliamo in questo momento ricordare tutte le persone innocenti che sono state condannate ingiustamente a morte o ingiustamente al carcere. Dobbiamo però ricordare anche tutti quelli che sono stati condannati giustamente, che hanno peccato, e preghiamo per la loro conversione.
Abbiamo un Dio che è stato condannato a morte, così comincia la nostra salvezza. E così, anche nella più grande sofferenza, ciascuno di noi non può dire che Gesù Cristo, Dio, non conosca che cosa sia una grande umiliazione quale è quella della condanna, condanna ad essere annientato.
E Lui ha subìto questo perché gli altri avevano paura di Lui, paura che volesse diventare re d’Israele, e per questo hanno scritto sulla croce “Re dei Giudei”. Avevano paura che lui fosse il Figlio di Dio e non volevano un Dio che si rivelava nel Cristo, un Dio che è amore, si sono chiusi verso questo amore. E per questo Gesù ha sofferto per noi, ha fatto questa Via Crucis per dimostrare che ci ha amato tanto e per dimostrare che dopo la morte c’è la resurrezione.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
II. Stazione
GESU’ E’ CARICATO DELLA CROCE
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Ci identifichiamo con Lui, quando il peso della vita è sulle nostre spalle, quando dobbiamo portare i pesi e i problemi difficili che riguardano la salute, i rapporti interpersonali… e dobbiamo andare avanti. E ci viene voglia di scappare, perché il carico è troppo pesante, perché abbiamo paura di non farcela. Il Signore è stato disponibile a vivere questo momento, a farsi umiliare; Lui che era il centro dell’attenzione, Lui che durante la festa dell’ingresso a Gerusalemme era stato lodato e glorificato, ora deve portare la croce sulla quale deve morire. A volte anche le nostre croci ci portano alla morte, ci distruggono.
Preghiamo in questo momento per avere il coraggio di prendere qualsiasi carico e andare avanti con audacia, perché ne vale la pena. Chiediamo al Signore che ci dia la forza. E la nostra forza interiore è la forza spirituale, possa essere più forte che qualsiasi altro peso che ci può capitare.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
III. Stazione
GESU’ CADE SOTTO IL PESO DELLA CROCE
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T . Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Ci confrontiamo con questo peso della croce, ci confrontiamo con i nostri problemi, che possono anche pesare nel senso psichico.
E Gesù cade. Non sappiamo se Gesù da ragazzo sia caduto, se sia caduto sul naso, se si sia fatto male, ma comunque cadere come Messia, come Cristo, sulla polvere della terra, sulla bocca… quasi leccava la polvere… è stata una cosa molto umiliante. E soprattutto si sentiva annientato, era sotto i piedi dei soldati e di questa gente che lo accompagnava piuttosto per vedere il sangue, perché a volte la gente gode inconsciamente quando vede che qualcuno soffre. A Milano, quando c’è qualche incidente e c’è sangue improvvisamente sull’asfalto, il traffico di questa città così caotica si ferma, tutti guardano, a volte senza dare una mano, senza aiutare, nasce uno spettacolo.
Anche in questo caso nasceva uno spettacolo e Gesù, senz’altro con la prima caduta ha provato la sensazione del fallimento della sua missione… un’angoscia… qualcosa di più forte che non poteva più portare… la stanchezza fisica, psichica… un abbandono da parte di Dio Padre.
Signore noi ti ringraziamo per questo eroismo che hai fatto per noi.
Dacci la forza di rialzarci quando cadiamo sulla polvere della terra.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
IV. Stazione
GESU’ INCONTRA LA SUA SANTISSIMA MADRE
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
La madre e il figlio… La mamma che lo aveva portato per nove mesi nel suo grembo come una parte del suo corpo… Non c’è cosa peggiore per una madre che vedere il figlio che sta male, non c’è cosa peggiore per un figlio che vedere sua mamma impotente che non può più aiutarlo. Quando Gesù era piccolo e aveva la febbre, sicuramente sua mamma stava vicino al suo letto e lo coccolava… Adesso, passivamente, in una totale impotenza, si sono incontrati, scambiandosi sguardi dei quali noi difficilmente possiamo capire la profondità e senz’altro Gesù esprimeva con gli occhi il desiderio: “Mamma, non abbandonarmi in questo mio faticoso cammino, stai con me, se stai con me mi sento più sicuro”.
E così è importante ricordare il compito di ogni mamma: non abbandonare mai il figlio quando si trova in difficoltà, stargli vicino, come ha fatto Maria.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
V. Stazione
IL CIRENEO AIUTA GESU’ A PORTARE LA CROCE
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
I soldati si accorgono che Gesù da solo non ce la fa più e che magari potrebbe morire prima di arrivare al Calvario, perciò prendono a caso - che senz’altro non è stato un caso - un Cireneo, e lo costringono a portare sulle sue spalle la croce di Gesù.
Questo ci ricorda che nella vita dobbiamo aiutarci a portare i pesi gli uni degli altri. Quando uno è in difficoltà, quando cade, non ce la fa più, per lui è un grande aiuto avere vicino un altro, che si chiama uomo, un vero uomo, dotato di una vera umanità, che non è indifferente alla sua sofferenza e che è disponibile a dare una parte della sua forza al servizio di quello che si sente debole.
Seguiamo questo esempio del Cireneo, il quale ha portato per Gesù la croce.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
VI. Stazione
LA VERONICA ASCIUGA IL VOLTO DI GESU’
S. Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Prima un uomo ha aiutato Gesù; adesso una donna coraggiosa, nonostante il clima che si era creato contro Gesù – quasi tutti si erano scandalizzati all’idea che lui fosse il Figlio di Dio – questa coraggiosa Veronica prende un asciugamano e asciuga il volto di Gesù. Il volto sul quale c’erano il sudore, la polvere, la stanchezza, la sporcizia della strada, il sangue… Ha tolto queste cose brutte per dare a Gesù una dignità umana, ma in questo gesto c’era ancora qualcosa di più, perché questo volto esprimeva una grande sofferenza, una grande depressione.
In quel momento Gesù ha sentito che qualcuno gli voleva bene… Gli apostoli, i futuri “cardinali” e “arcivescovi”, erano scappati, nessuno osava avvicinarsi a Lui, nessuno osava toccarlo. La Veronica ha avuto questo coraggio e gli ha espresso l’amore: in quel momento, asciugando il suo volto, il suo gesto di pulizia si è trasformato in una carezza, in un gesto di amore; e Gesù in quel momento non si è sentito più solo, ha sentito vicino a sé questa donna coraggiosa che per Lui rischiava la sua vita, la sua esistenza, che era con Lui. E noi la ringraziamo per questo esempio di amore, di una grande consolazione per Gesù.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
VII. Stazione
GESU’ CADE PER LA SECONDA VOLTA
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
E la seconda volta è peggiore della prima, perché Gesù si rende conto che le forze stanno diminuendo sempre di più.
Questo esempio è legato a tutte le persone che si ammalano di nuovo, che dopo lo spavento della prima volta, di nuovo vivono il terrore e la paura del pericolo di una cattiva malattia. E di nuovo cadono, cadono nella depressione, cadono nella polvere di questa terra, sentono la loro impotenza, la loro solitudine, la loro fine…
Quando ci succedono delle cadute, ricordiamoci che Gesù ha avuto il coraggio di alzarsi di nuovo, prendere la sua croce sulle sue spalle e seguire la direzione verso l’alto.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
VIII. Stazione
GESU’ CONSOLA LE FIGLIE DI GERUSALEMME
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
In questo momento così difficile, quando sembra che non ce la farà più ad arrivare sopra la montagna, Gesù improvvisamente si accorge delle donne che piangono e dice: “Non piangete per me, ma dedicatevi ai vostri figli”. E’ un gesto di amore che il Signore fa. In quel momento è il più bisognoso, il più carente di amore, della dignità umana e pensa agli altri. Che sia per noi questo anche un invito nella nostra malattia, nelle nostre sofferenze, a ricordarci degli altri, a non farci prendere dal nostro egocentrismo, a pensare agli altri che possono avere più bisogno di noi.
Quando Gesù dice: “Piangete per i vostri figli” si rivolge al mondo dei bambini, di tutti quelli che hanno bisogno della sicurezza dei genitori… I bambini sono più fragili che gli adulti, sono più a rischio e per questo Cristo ci indica la strada: guai se non ci si dedicasse ai bambini, al futuro del mondo.
In questo momento preghiamo per tutti i bambini abusati sessualmente, per tutti i bambini violentati, per tutti i bambini abbandonati per l’egoismo dei genitori, per tutti i bambini uccisi, per tutti i bambini non rispettati, per tutti i bambini non aiutati nella malattia, per tutti i bambini che si devono prostituire, per tutti i bambini che diventano un oggetto di commercio, per tutti i bambini che non sono stati battezzati, che non sono stati allevati con l’amore.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
IX. Stazione
GESU’ CADE PER LA TERZA VOLTA
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Nella religione ebraica il tre era il simbolo del numero perfetto, il tre… Per la terza volta la bocca di Gesù mangia la polvere di questa terra e si sente umiliato. La terza caduta è ancora peggiore di quelle precedenti. Quando noi cadiamo nei peccati, nelle dipendenze e non riusciamo a uscirne fuori, quando vogliamo essere migliori e nonostante la nostra buona intenzione di nuovo siamo giù, ci identifichiamo con il nostro maestro di Nazareth, il quale sa che cosa significa cadere, sentirsi fragile, senza energia, disprezzato, umiliato… Ma egli di nuovo si alza e crede in se stesso, nella sua missione, perché è venuto per noi tutti, per darci un esempio di amore, lasciare qui amore vivo su questa terra, vivo nell’Eucarestia, nel pane e nel vino, vivo nella sua Parola, vivo nella comunità dei discepoli che si riuniscono e che vivono una grande fraternità spirituale che non fa sentire solo nessuno.
Signore, dacci la forza di alzarci per la terza volta e per tutte le volte, quando noi dobbiamo risalire …
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
X. Stazione
GESU’ E’ SPOGLIATO DELLE SUE VESTI
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Sappiamo cosa significano per noi i vestiti, nel mondo della “marca” e dell’immagine sono qualcosa come un biglietto da visita. Spogliare qualcuno significa togliere non solo la protezione per il corpo, quando fa freddo, ma proprio portarlo al livello della nascita… quando siamo nati, siamo nati nudi. Perdere i nostri vestiti significa perdere una parte di noi, significa trovarci improvvisamente senza alcuna protezione. E sembrerebbe anche, in base alla ricerca biblica, che Gesù è stato crocifisso completamente nudo, addiritura senza la fascia sui fianchi, come in alcune chiese si può vedere sui quadri; per esempio, in una chiesa svizzera a Lucerna, (Chiesa di Cristo in via Museggstrasse), sopra all’altare si vede un uomo crocefisso, Gesù, nudo… nudo per umiliarlo ancora di più.
Signore, quando noi siamo possessivi, quando siamo attaccati ai vestiti, alla casa, alla macchina, alle cose materiali, ricordaci le parole che ha detto Giobbe:” Nudo sono nato, nudo me ne vado da questo mondo. Sia benedetto il nome del Signore.”
Signore, donaci la forza di vivere la nostra nudità, quando noi svuotiamo la nostra mente, quando ci liberiamo da tutte le cose materiali, dalle false protezioni, dai falsi simboli e viviamo l’autenticità di quello che siamo. Nei momenti difficili della nostra vita aiutaci ad essere noi stessi, ad avere la nostra identità, ad andare contro corrente… In questa città che è sempre più indifferente verso la spiritualità, che adora i vestiti… nascono nuovi santi nelle sfilate di moda, nuovi eroi negli stadi e tra i cantanti e i divi… I papà che con fatica guadagnano i soldi per mantenere le famiglie, le mamme che subiscono le violenze sul lavoro, le persone che negli ospedali si dedicano agli ammalati, il volontariato, queste sono le persone che la società dovrebbe onorare e mettere sugli “altari”…
Signore, aiutaci ad uscire dalla confusione di questa società, una società che cammina verso la sua autoliquidazione, e donaci la forza di dare una giusta testimonianza a questa città, a questo Paese, all’Europa, a tutto il mondo, e dacci la capacità di esserti fedeli e di vivere per te.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
XI. Stazione
GESU’ E’ INCHIODATO SULLA CROCE
S. Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Non possiamo sapere che cosa Gesù aspettava oppure sperava che non accadesse -forse pensando che sarebbero venuti gli angeli a salvarlo - resta il fatto che le mani che imponeva sui malati, sui bambini, per accarezzare, per passare il suo calore, la sua energia, per esprimere l’amore non solo delle parole ma del gesto, per proteggere gli altri, ora queste mani sono trafitte, ci sono delle ferite, sanguinano… Improvvisamente Gesù si trova sul legno, impotente, non si può staccare… E’ una situazione di una massima impotenza umana, quando la carne, i nervi che sono sensibili al dolore provano un immenso dolore, una grande sofferenza… Ora queste mani non possono fare più nulla. E così, Signore, quando ancora noi possiamo muovere le nostre mani, le mani che sono per lavorare, per costruire, per pulire, per accarezzare, per amare, donaci la consapevolezza del momento presente. Quando un domani non potremo più muovere le nostre mani, perché saranno inchiodate, saranno immobili, per qualsiasi motivo, fa’ che viviamo con la sensazione di una vita che abbiamo vissuto nel tuo nome, alla quale abbiamo dato un profondo senso per te. Toglici tutta la pigrizia e la paura di abbracciare gli altri, di dare una mano quando la nostra mano è necessaria, questo nella propria famiglia, nel palazzo dove viviamo, nella parrocchia. Che le nostre mani possano essere le mani che trasmettono l’amore, le mani che danno la sicurezza a quelli che si sentono deboli, le mani che possono costruire, non distruggere, non ammazzare, non picchiare, non fare del male… Non dobbiamo dare le mani allo scopo del male e delle cose cattive…
Signore, le tue sante mani, inchiodate sul legno della croce, continuano ad essere per noi, insieme al tuo cuore e ai tuoi occhi, il simbolo dell’amore, il simbolo di un ponte, di una comunicazione con tutto il mondo.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
XII. Stazione
GESU’ MUORE IN CROCE
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
E’ arrivato il momento della morte. Gesù, prima della morte, con una voce forte ha gridato: “Elì, Elì, lemà sabactàni?” “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
In questo momento della morte sembra che si sia compiuta una follia - che per qualche anno, due anni circa, aveva dato la speranza al popolo d’Israele - ma ormai è tutto finito. E sopra la testa questo cadavere ha un cartello sul quale è scritto: < Questi è Gesù, il re dei Giudei >. E così è finito il re, ha governato due anni, è finito tutto. La morte…
In questo momento pensiamo alla nostra morte, la morte che nella nostra realtà milanese è stata tutta cancellata. Molte persone non vanno neanche ai funerali, si finge che questa morte non esista. Nella società del materialismo non c’è più il posto per la morte; la morte, che una volta era vissuta con naturalezza, ci spaventa, perché è qualcosa davanti alla quale nessuno di noi, nemmeno di questi < dei > della nostra epoca può far nulla. E su qualche cimitero si scrive la frase: < Quello che siete voi siamo stati anche noi, quello che ora siamo noi sarete un giorno anche voi >. E questo ci ricorda che - come è scritto sul cero di Pasqua, alfa e omega - tutto ha un inizio e una fine. Questa fine è stata precoce per Gesù, umanamente parlando avrebbe potuto fare ancora tanto bene, ma ciascuno di noi ha la propria scadenza, Lui aveva compiuto la sua missione. Quando ci raggiunge la realtà della morte, viviamo con la massima consapevolezza questo momento, certi, che con la morte la vita non finisce, cambia solo la dimensione.
E preghiamo per una morte in unione con Cristo, con il cuore puro, con le mani pulite e con la sensazione che nella nostra vita ci siamo impegnati a lottare per il bene, per gli ideali, e che abbiamo riempito la nostra vita con tanto amore.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
XIII. Stazione
GESU’ E’ DEPOSTO DALLA CROCE
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Gesù è tolto dalla croce e dato a sua madre. Un nuovo incontro con sua madre, alla quale, prima della morte, ha affidato l’unico discepolo salito con Lui sul monte del Golgota: Giovanni. Anche per non lasciare sua madre senza un figlio, e per non lasciare lui, che aveva amato in modo particolare, senza la mamma… Come se desse un messaggio nelle mani di qualche altro, come se questa fosse la prima consacrazione sacerdotale, un mandato … Giovanni lo ha seguito, come altri discepoli, fino ai nostri tempi.
Quando uno muore, la missione continua, l’opera di Cristo doveva continuare. All’inizio di questa missione è presente la mamma di Gesù per farci vedere il volto materno di Dio e per esprimere le emozioni. Senz’altro, la mamma di Gesù ha sentito un grande dolore. Non c’è cosa peggiore per una mamma che vedere suo figlio morto, che vedere il figlio che è morto psichicamente anche, che non vive… E preghiamo per tutte le mamme che soffrono per i figli, per la loro morte, che il Signore dia loro una grande consolazione, ma soprattutto la forza e l’ottimismo, perché al di là di quello che sono i problemi c’è sempre la forza più grande del cristianesimo che è la speranza che va oltre la morte. E della speranza vive la cristianità. Noi cristiani siamo un popolo che vive della speranza che con la morte non finisce tutto e anche se per un attimo siamo separati fisicamente, spiritualmente siamo più uniti di prima… Se abbiamo perso i nostri figli, le figlie, ricordiamo che loro stanno bene e che ci sono molto più vicini di quanto possiamo immaginare.
E preghiamo per avere nel dolore la dolcezza della mamma di Gesù, questa sua maternità che accoglie il corpo di Gesù. Non sapeva ancora che il Signore si sarebbe fatto vedere risuscitato così chiaramente con il corpo. Era una prova della fede.
Signore, quando siamo nella tentazione di abbandonarti oppure quando la nostra fede diventa debole, aiutaci a superare questo tempo della crisi.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
XIV. Stazione
GESU’ E’ DEPOSTO NEL SEPOLCRO
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Questo è l’ultimo onore che si è fatto al corpo che portava dentro di sé gli ideali più belli che potevano nascere sulla terra. Questo corpo che è stato così umiliato, che ha sofferto, ora è immobile, diventa sempre più freddo e dovrebbe cominciare la sua decomposizione.
In questo momento noi viviamo il nostro dolore ancora di più e assieme con gli apostoli ci sentiamo come degli orfani… perché tutta questa “bolla” si è rotta, si è sgonfiata e non c’è più nulla…
In questo momento, quando proprio la pietra del sepolcro ci divide per sempre da Gesù, sentiamo la separazione e sentiamo proprio la fine. Per di più, Gesù si trovava sotto il controllo militare dei soldati che dovevano fare la guardia. Anche nella storia umana, uno muore, ma non finisce qui, quanto a volte si fa anche con i resti del corpo… dei litigi… degli scandali…, perché c’era tanta paura che il corpo di Gesù potesse essere rubato, nascosto e poi potesse nascere una grande favola che Gesù era risuscitato da morte. Invece la Via Crucis non deve finire con il sepolcro, ma deve finire con quello che è successo dopo il sepolcro: Gesù rinnegato tre volte, tre cadute, il terzo giorno risuscitato dai morti.
E sono gli angeli che parlano di resurrezione, forse gli stessi che a Betlemme avevano annunciato la nascita di Gesù, questa volta dicono: “Guardate, non è più qui, non vi ricordate quello che vi aveva detto, che sarebbe risuscitato dai morti?”.
E allora alla fine della Via Crucis noi ci incontriamo con il Cristo che ha superato la sofferenza, ha superato la morte, ha trasformato la morte in un nuovo incontro.
Signore, donaci questa fortissima fede, questa tua impronta nella nostra vita per saper che la morte deve essere chiamata “sorellina”, perché è solo il passaggio da questa vita alla vita eterna per la quale siamo stati creati.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre, deh voi fate
che le piaghe del Signore
siano impresse nel mio cuore.
Preghiamo:
O Dio, che condannandoci alla morte ce ne hai occultato il momento e l’ora, fa’ che io passando nella giustizia e nella santità tutti i giorni della mia vita possa meritare di uscire da questo mondo nel tuo santo amore.
Per i meriti di Nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen
“VIA CRUCIS DI PADRE PETR“
(Milano 28.02.2001)
Vogliamo fare insieme questa Via Crucis non perché noi siamo dei masochisti che si incontrano per vivere la sofferenza, ma perché vogliamo ricordarci quello che Cristo ha fatto per noi e vedere l’importanza del coraggio nella nostra vita e l’importanza della forza che ci aiuta a superare i problemi.
E così anche dopo tanti anni, vogliamo rivivere insieme al Signore la Via Crucis, questo rito cristiano che si fa da secoli. Con questa pratica di pietà entriamo nel tempo della Quaresima, il tempo nel quale vogliamo ricordare che lo spirito ha il potere sul corpo: è lo spirito quello che governa, questo è il messaggio del digiuno, dell’astinenza.
E allora preghiamo in questo momento il Signore che ci dia la mente aperta, il cuore aperto per poter vivere degnamente con il Signore questa esperienza di una parte della sua vita.
Cantiamo ora:
Santa Madre, deh, voi fate
che le piaghe del Signore
siano impresse nel mio cuore.
I. Stazione
GESU’ E’ CONDANNATO A MORTE
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Proviamo a riflettere su questa condanna: cosa significa? Nel caso di Cristo significava la morte, Lui che faceva tanto bene alla gente, improvvisamente si trova insieme con i delinquenti, Lui che è innocente. E vogliamo in questo momento ricordare tutte le persone innocenti che sono state condannate ingiustamente a morte o ingiustamente al carcere. Dobbiamo però ricordare anche tutti quelli che sono stati condannati giustamente, che hanno peccato, e preghiamo per la loro conversione.
Abbiamo un Dio che è stato condannato a morte, così comincia la nostra salvezza. E così, anche nella più grande sofferenza, ciascuno di noi non può dire che Gesù Cristo, Dio, non conosca che cosa sia una grande umiliazione quale è quella della condanna, condanna ad essere annientato.
E Lui ha subìto questo perché gli altri avevano paura di Lui, paura che volesse diventare re d’Israele, e per questo hanno scritto sulla croce “Re dei Giudei”. Avevano paura che lui fosse il Figlio di Dio e non volevano un Dio che si rivelava nel Cristo, un Dio che è amore, si sono chiusi verso questo amore. E per questo Gesù ha sofferto per noi, ha fatto questa Via Crucis per dimostrare che ci ha amato tanto e per dimostrare che dopo la morte c’è la resurrezione.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
II. Stazione
GESU’ E’ CARICATO DELLA CROCE
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Ci identifichiamo con Lui, quando il peso della vita è sulle nostre spalle, quando dobbiamo portare i pesi e i problemi difficili che riguardano la salute, i rapporti interpersonali… e dobbiamo andare avanti. E ci viene voglia di scappare, perché il carico è troppo pesante, perché abbiamo paura di non farcela. Il Signore è stato disponibile a vivere questo momento, a farsi umiliare; Lui che era il centro dell’attenzione, Lui che durante la festa dell’ingresso a Gerusalemme era stato lodato e glorificato, ora deve portare la croce sulla quale deve morire. A volte anche le nostre croci ci portano alla morte, ci distruggono.
Preghiamo in questo momento per avere il coraggio di prendere qualsiasi carico e andare avanti con audacia, perché ne vale la pena. Chiediamo al Signore che ci dia la forza. E la nostra forza interiore è la forza spirituale, possa essere più forte che qualsiasi altro peso che ci può capitare.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
III. Stazione
GESU’ CADE SOTTO IL PESO DELLA CROCE
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T . Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Ci confrontiamo con questo peso della croce, ci confrontiamo con i nostri problemi, che possono anche pesare nel senso psichico.
E Gesù cade. Non sappiamo se Gesù da ragazzo sia caduto, se sia caduto sul naso, se si sia fatto male, ma comunque cadere come Messia, come Cristo, sulla polvere della terra, sulla bocca… quasi leccava la polvere… è stata una cosa molto umiliante. E soprattutto si sentiva annientato, era sotto i piedi dei soldati e di questa gente che lo accompagnava piuttosto per vedere il sangue, perché a volte la gente gode inconsciamente quando vede che qualcuno soffre. A Milano, quando c’è qualche incidente e c’è sangue improvvisamente sull’asfalto, il traffico di questa città così caotica si ferma, tutti guardano, a volte senza dare una mano, senza aiutare, nasce uno spettacolo.
Anche in questo caso nasceva uno spettacolo e Gesù, senz’altro con la prima caduta ha provato la sensazione del fallimento della sua missione… un’angoscia… qualcosa di più forte che non poteva più portare… la stanchezza fisica, psichica… un abbandono da parte di Dio Padre.
Signore noi ti ringraziamo per questo eroismo che hai fatto per noi.
Dacci la forza di rialzarci quando cadiamo sulla polvere della terra.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
IV. Stazione
GESU’ INCONTRA LA SUA SANTISSIMA MADRE
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
La madre e il figlio… La mamma che lo aveva portato per nove mesi nel suo grembo come una parte del suo corpo… Non c’è cosa peggiore per una madre che vedere il figlio che sta male, non c’è cosa peggiore per un figlio che vedere sua mamma impotente che non può più aiutarlo. Quando Gesù era piccolo e aveva la febbre, sicuramente sua mamma stava vicino al suo letto e lo coccolava… Adesso, passivamente, in una totale impotenza, si sono incontrati, scambiandosi sguardi dei quali noi difficilmente possiamo capire la profondità e senz’altro Gesù esprimeva con gli occhi il desiderio: “Mamma, non abbandonarmi in questo mio faticoso cammino, stai con me, se stai con me mi sento più sicuro”.
E così è importante ricordare il compito di ogni mamma: non abbandonare mai il figlio quando si trova in difficoltà, stargli vicino, come ha fatto Maria.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
V. Stazione
IL CIRENEO AIUTA GESU’ A PORTARE LA CROCE
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
I soldati si accorgono che Gesù da solo non ce la fa più e che magari potrebbe morire prima di arrivare al Calvario, perciò prendono a caso - che senz’altro non è stato un caso - un Cireneo, e lo costringono a portare sulle sue spalle la croce di Gesù.
Questo ci ricorda che nella vita dobbiamo aiutarci a portare i pesi gli uni degli altri. Quando uno è in difficoltà, quando cade, non ce la fa più, per lui è un grande aiuto avere vicino un altro, che si chiama uomo, un vero uomo, dotato di una vera umanità, che non è indifferente alla sua sofferenza e che è disponibile a dare una parte della sua forza al servizio di quello che si sente debole.
Seguiamo questo esempio del Cireneo, il quale ha portato per Gesù la croce.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
VI. Stazione
LA VERONICA ASCIUGA IL VOLTO DI GESU’
S. Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Prima un uomo ha aiutato Gesù; adesso una donna coraggiosa, nonostante il clima che si era creato contro Gesù – quasi tutti si erano scandalizzati all’idea che lui fosse il Figlio di Dio – questa coraggiosa Veronica prende un asciugamano e asciuga il volto di Gesù. Il volto sul quale c’erano il sudore, la polvere, la stanchezza, la sporcizia della strada, il sangue… Ha tolto queste cose brutte per dare a Gesù una dignità umana, ma in questo gesto c’era ancora qualcosa di più, perché questo volto esprimeva una grande sofferenza, una grande depressione.
In quel momento Gesù ha sentito che qualcuno gli voleva bene… Gli apostoli, i futuri “cardinali” e “arcivescovi”, erano scappati, nessuno osava avvicinarsi a Lui, nessuno osava toccarlo. La Veronica ha avuto questo coraggio e gli ha espresso l’amore: in quel momento, asciugando il suo volto, il suo gesto di pulizia si è trasformato in una carezza, in un gesto di amore; e Gesù in quel momento non si è sentito più solo, ha sentito vicino a sé questa donna coraggiosa che per Lui rischiava la sua vita, la sua esistenza, che era con Lui. E noi la ringraziamo per questo esempio di amore, di una grande consolazione per Gesù.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
VII. Stazione
GESU’ CADE PER LA SECONDA VOLTA
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
E la seconda volta è peggiore della prima, perché Gesù si rende conto che le forze stanno diminuendo sempre di più.
Questo esempio è legato a tutte le persone che si ammalano di nuovo, che dopo lo spavento della prima volta, di nuovo vivono il terrore e la paura del pericolo di una cattiva malattia. E di nuovo cadono, cadono nella depressione, cadono nella polvere di questa terra, sentono la loro impotenza, la loro solitudine, la loro fine…
Quando ci succedono delle cadute, ricordiamoci che Gesù ha avuto il coraggio di alzarsi di nuovo, prendere la sua croce sulle sue spalle e seguire la direzione verso l’alto.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
VIII. Stazione
GESU’ CONSOLA LE FIGLIE DI GERUSALEMME
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
In questo momento così difficile, quando sembra che non ce la farà più ad arrivare sopra la montagna, Gesù improvvisamente si accorge delle donne che piangono e dice: “Non piangete per me, ma dedicatevi ai vostri figli”. E’ un gesto di amore che il Signore fa. In quel momento è il più bisognoso, il più carente di amore, della dignità umana e pensa agli altri. Che sia per noi questo anche un invito nella nostra malattia, nelle nostre sofferenze, a ricordarci degli altri, a non farci prendere dal nostro egocentrismo, a pensare agli altri che possono avere più bisogno di noi.
Quando Gesù dice: “Piangete per i vostri figli” si rivolge al mondo dei bambini, di tutti quelli che hanno bisogno della sicurezza dei genitori… I bambini sono più fragili che gli adulti, sono più a rischio e per questo Cristo ci indica la strada: guai se non ci si dedicasse ai bambini, al futuro del mondo.
In questo momento preghiamo per tutti i bambini abusati sessualmente, per tutti i bambini violentati, per tutti i bambini abbandonati per l’egoismo dei genitori, per tutti i bambini uccisi, per tutti i bambini non rispettati, per tutti i bambini non aiutati nella malattia, per tutti i bambini che si devono prostituire, per tutti i bambini che diventano un oggetto di commercio, per tutti i bambini che non sono stati battezzati, che non sono stati allevati con l’amore.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
IX. Stazione
GESU’ CADE PER LA TERZA VOLTA
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Nella religione ebraica il tre era il simbolo del numero perfetto, il tre… Per la terza volta la bocca di Gesù mangia la polvere di questa terra e si sente umiliato. La terza caduta è ancora peggiore di quelle precedenti. Quando noi cadiamo nei peccati, nelle dipendenze e non riusciamo a uscirne fuori, quando vogliamo essere migliori e nonostante la nostra buona intenzione di nuovo siamo giù, ci identifichiamo con il nostro maestro di Nazareth, il quale sa che cosa significa cadere, sentirsi fragile, senza energia, disprezzato, umiliato… Ma egli di nuovo si alza e crede in se stesso, nella sua missione, perché è venuto per noi tutti, per darci un esempio di amore, lasciare qui amore vivo su questa terra, vivo nell’Eucarestia, nel pane e nel vino, vivo nella sua Parola, vivo nella comunità dei discepoli che si riuniscono e che vivono una grande fraternità spirituale che non fa sentire solo nessuno.
Signore, dacci la forza di alzarci per la terza volta e per tutte le volte, quando noi dobbiamo risalire …
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
X. Stazione
GESU’ E’ SPOGLIATO DELLE SUE VESTI
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Sappiamo cosa significano per noi i vestiti, nel mondo della “marca” e dell’immagine sono qualcosa come un biglietto da visita. Spogliare qualcuno significa togliere non solo la protezione per il corpo, quando fa freddo, ma proprio portarlo al livello della nascita… quando siamo nati, siamo nati nudi. Perdere i nostri vestiti significa perdere una parte di noi, significa trovarci improvvisamente senza alcuna protezione. E sembrerebbe anche, in base alla ricerca biblica, che Gesù è stato crocifisso completamente nudo, addiritura senza la fascia sui fianchi, come in alcune chiese si può vedere sui quadri; per esempio, in una chiesa svizzera a Lucerna, (Chiesa di Cristo in via Museggstrasse), sopra all’altare si vede un uomo crocefisso, Gesù, nudo… nudo per umiliarlo ancora di più.
Signore, quando noi siamo possessivi, quando siamo attaccati ai vestiti, alla casa, alla macchina, alle cose materiali, ricordaci le parole che ha detto Giobbe:” Nudo sono nato, nudo me ne vado da questo mondo. Sia benedetto il nome del Signore.”
Signore, donaci la forza di vivere la nostra nudità, quando noi svuotiamo la nostra mente, quando ci liberiamo da tutte le cose materiali, dalle false protezioni, dai falsi simboli e viviamo l’autenticità di quello che siamo. Nei momenti difficili della nostra vita aiutaci ad essere noi stessi, ad avere la nostra identità, ad andare contro corrente… In questa città che è sempre più indifferente verso la spiritualità, che adora i vestiti… nascono nuovi santi nelle sfilate di moda, nuovi eroi negli stadi e tra i cantanti e i divi… I papà che con fatica guadagnano i soldi per mantenere le famiglie, le mamme che subiscono le violenze sul lavoro, le persone che negli ospedali si dedicano agli ammalati, il volontariato, queste sono le persone che la società dovrebbe onorare e mettere sugli “altari”…
Signore, aiutaci ad uscire dalla confusione di questa società, una società che cammina verso la sua autoliquidazione, e donaci la forza di dare una giusta testimonianza a questa città, a questo Paese, all’Europa, a tutto il mondo, e dacci la capacità di esserti fedeli e di vivere per te.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
XI. Stazione
GESU’ E’ INCHIODATO SULLA CROCE
S. Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Non possiamo sapere che cosa Gesù aspettava oppure sperava che non accadesse -forse pensando che sarebbero venuti gli angeli a salvarlo - resta il fatto che le mani che imponeva sui malati, sui bambini, per accarezzare, per passare il suo calore, la sua energia, per esprimere l’amore non solo delle parole ma del gesto, per proteggere gli altri, ora queste mani sono trafitte, ci sono delle ferite, sanguinano… Improvvisamente Gesù si trova sul legno, impotente, non si può staccare… E’ una situazione di una massima impotenza umana, quando la carne, i nervi che sono sensibili al dolore provano un immenso dolore, una grande sofferenza… Ora queste mani non possono fare più nulla. E così, Signore, quando ancora noi possiamo muovere le nostre mani, le mani che sono per lavorare, per costruire, per pulire, per accarezzare, per amare, donaci la consapevolezza del momento presente. Quando un domani non potremo più muovere le nostre mani, perché saranno inchiodate, saranno immobili, per qualsiasi motivo, fa’ che viviamo con la sensazione di una vita che abbiamo vissuto nel tuo nome, alla quale abbiamo dato un profondo senso per te. Toglici tutta la pigrizia e la paura di abbracciare gli altri, di dare una mano quando la nostra mano è necessaria, questo nella propria famiglia, nel palazzo dove viviamo, nella parrocchia. Che le nostre mani possano essere le mani che trasmettono l’amore, le mani che danno la sicurezza a quelli che si sentono deboli, le mani che possono costruire, non distruggere, non ammazzare, non picchiare, non fare del male… Non dobbiamo dare le mani allo scopo del male e delle cose cattive…
Signore, le tue sante mani, inchiodate sul legno della croce, continuano ad essere per noi, insieme al tuo cuore e ai tuoi occhi, il simbolo dell’amore, il simbolo di un ponte, di una comunicazione con tutto il mondo.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
XII. Stazione
GESU’ MUORE IN CROCE
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
E’ arrivato il momento della morte. Gesù, prima della morte, con una voce forte ha gridato: “Elì, Elì, lemà sabactàni?” “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
In questo momento della morte sembra che si sia compiuta una follia - che per qualche anno, due anni circa, aveva dato la speranza al popolo d’Israele - ma ormai è tutto finito. E sopra la testa questo cadavere ha un cartello sul quale è scritto: < Questi è Gesù, il re dei Giudei >. E così è finito il re, ha governato due anni, è finito tutto. La morte…
In questo momento pensiamo alla nostra morte, la morte che nella nostra realtà milanese è stata tutta cancellata. Molte persone non vanno neanche ai funerali, si finge che questa morte non esista. Nella società del materialismo non c’è più il posto per la morte; la morte, che una volta era vissuta con naturalezza, ci spaventa, perché è qualcosa davanti alla quale nessuno di noi, nemmeno di questi < dei > della nostra epoca può far nulla. E su qualche cimitero si scrive la frase: < Quello che siete voi siamo stati anche noi, quello che ora siamo noi sarete un giorno anche voi >. E questo ci ricorda che - come è scritto sul cero di Pasqua, alfa e omega - tutto ha un inizio e una fine. Questa fine è stata precoce per Gesù, umanamente parlando avrebbe potuto fare ancora tanto bene, ma ciascuno di noi ha la propria scadenza, Lui aveva compiuto la sua missione. Quando ci raggiunge la realtà della morte, viviamo con la massima consapevolezza questo momento, certi, che con la morte la vita non finisce, cambia solo la dimensione.
E preghiamo per una morte in unione con Cristo, con il cuore puro, con le mani pulite e con la sensazione che nella nostra vita ci siamo impegnati a lottare per il bene, per gli ideali, e che abbiamo riempito la nostra vita con tanto amore.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
XIII. Stazione
GESU’ E’ DEPOSTO DALLA CROCE
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Gesù è tolto dalla croce e dato a sua madre. Un nuovo incontro con sua madre, alla quale, prima della morte, ha affidato l’unico discepolo salito con Lui sul monte del Golgota: Giovanni. Anche per non lasciare sua madre senza un figlio, e per non lasciare lui, che aveva amato in modo particolare, senza la mamma… Come se desse un messaggio nelle mani di qualche altro, come se questa fosse la prima consacrazione sacerdotale, un mandato … Giovanni lo ha seguito, come altri discepoli, fino ai nostri tempi.
Quando uno muore, la missione continua, l’opera di Cristo doveva continuare. All’inizio di questa missione è presente la mamma di Gesù per farci vedere il volto materno di Dio e per esprimere le emozioni. Senz’altro, la mamma di Gesù ha sentito un grande dolore. Non c’è cosa peggiore per una mamma che vedere suo figlio morto, che vedere il figlio che è morto psichicamente anche, che non vive… E preghiamo per tutte le mamme che soffrono per i figli, per la loro morte, che il Signore dia loro una grande consolazione, ma soprattutto la forza e l’ottimismo, perché al di là di quello che sono i problemi c’è sempre la forza più grande del cristianesimo che è la speranza che va oltre la morte. E della speranza vive la cristianità. Noi cristiani siamo un popolo che vive della speranza che con la morte non finisce tutto e anche se per un attimo siamo separati fisicamente, spiritualmente siamo più uniti di prima… Se abbiamo perso i nostri figli, le figlie, ricordiamo che loro stanno bene e che ci sono molto più vicini di quanto possiamo immaginare.
E preghiamo per avere nel dolore la dolcezza della mamma di Gesù, questa sua maternità che accoglie il corpo di Gesù. Non sapeva ancora che il Signore si sarebbe fatto vedere risuscitato così chiaramente con il corpo. Era una prova della fede.
Signore, quando siamo nella tentazione di abbandonarti oppure quando la nostra fede diventa debole, aiutaci a superare questo tempo della crisi.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre…
XIV. Stazione
GESU’ E’ DEPOSTO NEL SEPOLCRO
S. Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo.
T. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Questo è l’ultimo onore che si è fatto al corpo che portava dentro di sé gli ideali più belli che potevano nascere sulla terra. Questo corpo che è stato così umiliato, che ha sofferto, ora è immobile, diventa sempre più freddo e dovrebbe cominciare la sua decomposizione.
In questo momento noi viviamo il nostro dolore ancora di più e assieme con gli apostoli ci sentiamo come degli orfani… perché tutta questa “bolla” si è rotta, si è sgonfiata e non c’è più nulla…
In questo momento, quando proprio la pietra del sepolcro ci divide per sempre da Gesù, sentiamo la separazione e sentiamo proprio la fine. Per di più, Gesù si trovava sotto il controllo militare dei soldati che dovevano fare la guardia. Anche nella storia umana, uno muore, ma non finisce qui, quanto a volte si fa anche con i resti del corpo… dei litigi… degli scandali…, perché c’era tanta paura che il corpo di Gesù potesse essere rubato, nascosto e poi potesse nascere una grande favola che Gesù era risuscitato da morte. Invece la Via Crucis non deve finire con il sepolcro, ma deve finire con quello che è successo dopo il sepolcro: Gesù rinnegato tre volte, tre cadute, il terzo giorno risuscitato dai morti.
E sono gli angeli che parlano di resurrezione, forse gli stessi che a Betlemme avevano annunciato la nascita di Gesù, questa volta dicono: “Guardate, non è più qui, non vi ricordate quello che vi aveva detto, che sarebbe risuscitato dai morti?”.
E allora alla fine della Via Crucis noi ci incontriamo con il Cristo che ha superato la sofferenza, ha superato la morte, ha trasformato la morte in un nuovo incontro.
Signore, donaci questa fortissima fede, questa tua impronta nella nostra vita per saper che la morte deve essere chiamata “sorellina”, perché è solo il passaggio da questa vita alla vita eterna per la quale siamo stati creati.
Signore, ho peccato, abbi pietà e misericordia di me.
Santa Madre, deh voi fate
che le piaghe del Signore
siano impresse nel mio cuore.
Preghiamo:
O Dio, che condannandoci alla morte ce ne hai occultato il momento e l’ora, fa’ che io passando nella giustizia e nella santità tutti i giorni della mia vita possa meritare di uscire da questo mondo nel tuo santo amore.
Per i meriti di Nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen